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Zeni, Ferrari e forse Olivi: il coraggio (che non c'è) di un Pd sempre più autoreferenziale e la molletta per turarsi il naso da sinistro sinistrato

DAL BLOG
Di Carmine Ragozzino - 17 agosto 2022

Giornalista, ha lavorato per Alto Adige, Gazzettino e Trentino

Se a raccontarli è l’anagrafe sono più rose che spine. I consiglieri provinciali Olivi, Ferrari e Zeni – targa Pd - hanno rispettivamente 56, 51 e 43 anni. Forse è esagerato dire che i tre sono dentro un’età in fiore ma per fortuna loro sembrano in forma. Ancora piuttosto lontani, insomma, dall’appassimento. Ma in politica l’invecchiamento non si calcola per la quantità delle rughe, per l’adipe crescente o per la memoria che - di quando in quando - inciampa. L’invecchiamento può essere precoce seppure esteticamente invisibile. A volte, drammaticamente precoce. Se a 56, 51 e 43 anni hai messo le radici dentro un’istituzione (“Una vita in Provincia” potrebbe perfino essere il titolo di una canzone) non puoi essere certo accusato di nulla. In piazza Dante qualcuno ti ci ha mandato e poi ti ha pure confermato. Ciononostante c’è qualcosa (anzi tanto) che non va.

 

Nel Trentino della politica (così come altrove) non va che la parola ricambio sia quasi un insulto. Una fisima fastidiosa, roba per illusi, oppure una bestemmia. Ferrari, Zeni e forse pure Olivi: sono certamente degni i candidati sui quali il Pd trentino ha scelto di investire nel semi-disperato tentativo di traslocarli da piazza Dante al Parlamento. Degni i due/tre candidati ma indegna l’idea che l’usato sicuro sia preferibile all’incognita del rischio, alla rinuncia all’autoreferenza. Viviamo di paradossi e il paradosso temporale di queste elezioni che tutti i pronostici danno come colorate di nero era davvero intrigante. Ci poteva essere mai un momento più adatto alla novità di scelte più coraggiose? Il calcio non è quasi mai un insegnamento tuttavia a volte aiuta. Non più tardi che nell’ultima Champions League gli sceriffi moldavi (Sheriff Tiraspol) schiaffarono nella galera della vergogna e del ludibrio i Galacticos del Real Madrid.

 

Il pronostico non dava alcuna possibilità ai sottopagati dell’onestà pallonara. Ebbene, con umiltà e con l’imprevedibilità i moldavi ridicolizzarono oltre che i Blancos anche tutti gli oracoli di sventura. Quelli cioè che condannano i deboli a prescindere e che non tengono mai nel debito conto la forza spiazzante della sorpresa collettiva. In politica le dinamiche saranno anche diverse ma se vai a giocarti la “partita della morte” - queste elezioni lo sono - senza mai inventare nulla di nuovo poi non ti puoi lamentare se ti rifilano una goleada. Inventare? Dal Pd non ci si potevano aspettare fuochi d’artificio. Ci si sarebbe accontentati di qualche tentativo, anche timidissimo: un cambio di modulo, un accenno di strategia. Le candidature di Ferrari, Zeni e forse di Olivi sono per l’ennesima volta la testimonianza di un Pd che sa solo “guardarsi dentro” mentre il mondo (Trentino compreso) guarda altrove. Un Pd che cincischia nel grattarsi l’ombelico.

 

Se casualmente il Pd buttasse l’occhio fuori dal proprio universo sempre più ristretto di circoli/ni, comitati e commissioni forse si accorgerebbe che una società pur confusa e poco motivata è comunque in grado di esprimere insieme valori e persone che li interpretano con credibilità. Se alle scadenze elettorali il Pd non arrivasse regolarmente in affanno, barricandosi malamente dietro l’assenza di tempo per giustificare scelte tanto prevedibili quanto incomprensibili, il coraggio e l’entusiasmo forse potrebbero fare almeno capolino. Ma invece, stavolta come forse sarà anche la prossima (le elezioni provinciali) il Pd non trova di meglio che privilegiare le questioni interne (patemi, invidie, pretese, presunzioni, eccetera) a scapito di quelle esterne (una società cui intrigherebbe qualche guizzo creativo).

 

Insomma, anche questa è andata come si sapeva senza essere mago Merlino o Nostradamus. Anche questa è andata male con il pericolo che vada male anche la prossima, quando tra poco più di un anno si voterà per la Provincia. Per settembre annaspa un centro sinistra di nome ma non di fatto. Il centro è ondivago e furbetto. La sinistra s’abbuffa di anacronismo. Vanno resuscitati dalle catacombe di una politica più normale e genuina il gusto e la fatica del non parlarsi addosso. Occorre abbandonare l’area protetta e striminzita di chi è già d’accordo: se parli solo con loro ti senti forte. Intanto gli altri – quelli che ignori – sono convinti che Berlusconi non sia un ologramma, che Salvini creda davvero in quello che dice e che con la Meloni sia la svolta buona (le simpatie per ciò che è nostalgia del ventennio? Che sarà mai).

 

La campagna elettorale dovrebbe essere un punto di arrivo, la raccolta eventuale del coltivato. Ma qui (e altrove) il progressismo sembra coltivare poco e male. Non getta semi, non innaffia gli ideali con l’acqua di un confronto senza rete di protezione. Rifugge i dubbi e sparge certezze che la realtà rende ogni giorno più incerte. Ascolta poco (o nulla) ma in compenso sentenzia tanto (troppo). Distribuisce patenti più della Motorizzazione ma poi va in tilt se i patentati (anche i neo patentati) guidano prevalentemente a destra. Se della politica si ha una concezione respingente (“chi non ci capisce è fascista o ignorante'') non c’è di che meravigliarsi se l’opzione candidature non va oltre un partito senza spartito e con troppi Maestri che criticano tutti meno che sé stessi. Può un Pd siffatto fare da traino ad una coalizione che un giorno c’è, l’altro sparisce, poi forse rinasce per morire di nuovo di beghe ed egoismi masochistici? No, non può.

 

Queste elezioni a perdere – (si vedrà ma in questo caso pare proprio che l’ottimismo non sia il sale della vita) – erano (e sono ancora) una possibilità per uscire dall’angolo con un po' di orgoglio. La condanna del centro sinistra (che non c’è e se c’è litiga) non viene dai sondaggi ma da anni in cui non si è mai nemmeno provato a costruire consenso, mobilitazione o banale coinvolgimento rispetto ad argomenti importanti che andavano trattati con la cura della semplicità e della comprensibilità. Non basta interrogare puntualmente e “puntutamente“ nelle aule istituzionali. In questo Ferrari, Zeni e Olivi sono stati Maestri ma al Trentino che ancora non ha alzato bandiera bianca di fronte all’incedere delle bandiere nere, azzurre e verdi si doveva un segnale di cambiamento. Si dovevano proporre nomi non solo diligenti e rispettabili nel curriculum di partito. Chi ancora non ha appeso il progressismo al chiodo si meritava nomi capaci di un’inversione, una suggestione, un’intuizione. Anche perdendo oggi per, forse, vincere tra un anno.

 

Si è scelta la strada contraria. Tanti auguri e via di corsa a cercare le mollette per turarsi ancora una volta il naso. Per fare, senza alcuno slancio emotivo, la propria parte di “sinistro sinistrato”.

Edizione del 28 settembre 2022
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