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Se per un maxi-matrimonio si chiude un parco pubblico e l'immagine di Riva viene (s)venduta per un pugno di euro (4.000)

DAL BLOG
Di Carmine Ragozzino - 06 luglio 2022

Giornalista, ha lavorato per Alto Adige, Gazzettino e Trentino

“Ricordati: per essere santi non c’è bisogno che gli altri lo sappiano”.

 

La frase è di Marco Aurelio Antonino Augusto. Per capirsi, l’imperatore. Se nella massima si sostituisce la minuscola con la maiuscola e la si legge al femminile, si deduce che la sindaca di Riva del Garda – Santi - non conosce i modi nobili di un virtuoso operare. Cristina Santi non sembra infatti resistere all’ansia di una “pubblica” esistenza. Obbliga ad occuparsi di lei anche quando, probabilmente, non si vorrebbe. Obbliga ad occuparsi di lei anche per ''quisquilie'' molto più indicative di un pensare sbagliato di quanto non lo siano i comizi.

 

Come si fa ad ignorare la sindaca Santi quando sposa l’idea malsana (il verbo non è casuale) che non c’è stridore nel chiudere un giardino pubblico e un tratto di pubblico lungolago per non disturbare la festa di matrimonio di un amico e fresco collega di consiglio d’amministrazione? Un conoscente d’alto bordo ma di evidente basso senso della misura. Un protagonista di vicenda ridicola che con un po’ di buon senso – appunto – avrebbe potuto evitare. Quello che è successo sabato scorso a Riva del Garda è più triste (tristemente provinciale) che scandaloso. E piuttosto triste è la fregola da vip che porta un presidente di autostrada (l’A22) a far pagare il pedaggio dell’incredulità e del legittimo fastidio anche a chi va a piedi, in bicicletta o sul monopattino. A chi per il suo matrimonio (auguri sinceri) non fa una piega.

 

No, non è che Diego Cattoni (così si chiama il presidente sposo) abbia chiesto favori. Semmai li ha pagati con ricevuta: ha speso quello che c’è da spendere (poco) per garantirsi una privacy protetta da transenne e body guard. Né si può imputare lo sposo di alcuna colpa tecnico-giuridica. Eppure un reato, il più grave, l’ha compiuto: uno sbracato eccesso d’ego. Non gli bastavano gli spazi galattici di un cinque stelle vista lago? A Diego Cattoni (alla società milanese cui s’è affidato, che “fa” nozze anche con piumaggi modello Bagaglino) deve essere sembrato del tutto normale. Nessun dubbio nel domandare al Comune di Riva (tramite agenzia di wedding, probabilmente) di vietare ad indigeni e turisti il godimento di un giardino d’incanto e la passeggiata su un altrettanto incantevole banchina. Stop alla normalità per il tempo necessario a permettere a lui, alla sua lei, ai parenti e agli invitati politicamente trasversali di brindare ad una esclusiva ed eccessiva vanità.

 

Che poi il tempo necessario sia stato un bel po’ – da mane a sera direbbero i poeti – non è nemmeno un’aggravante. Sta nella logica di una cafonata che resta tale anche quando i vestiti sono griffati e i convitati danno vita ad una improvvisata Bollywood lacustre. Santi che pagano il mio pranzo non ce n’è” cantava l’immortale Dalla. E infatti lo sposo presidente ha sborsato quel tanto (tantissimo crediamo) che doveva per il suo super matrimonio. Ma al presidente A22 la Santi ha comunque versato qualcosa, anzi molto: palate di acritico ossequio. Pentita? Al contrario, dopo le critiche a pioggia, si è schernita. Nelle casse del Comune sembrano siano entrate la bellezza di poco meno di 4000 euro per l’occupazione del giardino pubblico e di un pubblico parcheggio diventato privato in un sabato di forte affluenza qual è il sabato rivano.

 

Ma quattromila euro (una miseria) sono un prezzo adeguato per la perdita della faccia di un’amministrazione comunale? Quattromila euro sono un’entrata? Contabilmente sì: un’entrata con la quale il Comune non si arricchisce e si fa ridere (o insultare) dietro. Dunque 4000 euro sono un’uscita: di senno. Per l’amministrazione rivana valgono più le foto sorridenti degli ospiti del mercimonio del buon senso oppure la rabbia (tante istantanee) di chi voleva passeggiare il lungolago e confondersi nei colori del giardino è s’è visto incomprensibilmente respinto? Nel giustificarsi senza giustificazione la sindaca che porta un cognome impegnativo anche in fatto di equità precisa quel che sembrava essere lapalissiano. Le autorizzazioni c’erano, regolarmente firmate da lei medesima. Sì, ma chissenefrega. Il problema è un altro. La prima cittadina, la sua giunta e la sua maggioranza (se sono d’accordo con lei), non sono imputate di abusi. Tuttavia a Riva del Garda si è abusato del diritto degli abitanti e dei turisti di infischiarsene di un vip che invita a nozze mezzo mondo (politico e imprenditoriale).

 

Il gossip (vero o presunto, nel caso specifico presunto) non si impone con le ordinanze disordinate come quella siglata dalla Santi. È il gossip certificato (non quello “de noaltri”) a dettare le regole perché mobilita (discutibile ma vero) frotte di cacciatori indefessi di selfie e folle vocianti in cerca di scatti rubati. E va per questo “governato”, viabilità compresa. Ma è almeno dubitabile il fatto che nel misfatto nuziale di Riva del Garda ci fosse materia tale da giustificare una “botta di immagine” nazionale o internazionale per il gioiello turistico sul lago. Nulla poteva dunque riequilibrare (o alla peggio far digerire) il sequestro a fini privati di aree pubbliche. Difficile immaginarsi le transenne prese d’assalto per zoomare tanto a destra quanto a sinistra (nel parterre della politica regionale il prosit matrimoniale era trasversale).

 

Nessun attore, nessun calciatore, nessuna soubrette o influencer. Nemmeno un comico d’accatto o un cantante alla frutta. I “protetti” da sguardi che difficilmente sarebbero stati invidiosi o sognanti erano abitanti di un piccolo mondo di scarso appeal. A destra i Fugatti, i Bisesti, i Merler e i De Bertoldi. A sinistra (?) gli Ianeselli e gli Zeni. In un luogo politicamente indefinibile i Kompatscher. Tra loro gente di impresa e abili impresari dell’onnipresenza. Di collocazione variabile. Tutti, sia chiaro, avevano il sacrosanto diritto di portare alla sposa e allo sposo gli auguri: politicamente indistinti.

 

Tra tutti, però, ci si aspettava che una volta che la cronaca ha raccontato più la protesta che la festa qualcuno prendesse, anche timidamente, le distanze. Ad esempio il Post/destà di Trento, quel sindaco Ianeselli che non fa passare secondo senza proporre sé stesso e il suo mondo sui social media, avrebbe potuto semplicemente dire “non sapevo, io da sindaco non avrei chiuso giardino e lungolago”. E Zeni? Beh, sarà andato di corsa a correre per smaltire la torta ed evitare commenti. Chi è stato zitto (tutti) un motivo ce l’avrà. Ma sarebbe bello sapere se qualcuno ha provato un che di imbarazzo nel trovarsi protagonista di una festa che si poteva fare in mille modi meno che in quello scelto. “Un bel tacer non fu mai detto”? Sarà. Ma se il “bel tacer” accomuna destra, sinistra, e centro come si fa a capire se e dove c’è differenza?

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