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Il centrosinistra invoca il ''miracolo Damiano Tommasi'' per unirsi e vincere ma il progressismo trentino oggi ha gli stessi voti di 10,100, 1000 anni fa

Prendiamo per buona la promessa di costruire per il 2023 una coalizione dove i partiti si mettono “al servizio” della società della solidarietà, dell’inclusione, della giustizia, dell’equità e del volontariato. Ci crederemo davvero, però, solo quando vedremo i “coalizzandi” stare in silenzio ad ascoltare il bello e il brutto espresso da una società dai colori sempre meno nitidi. Ascoltare - e, semmai, capire – è molto più complicato che pontificare su ogni materia
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Di Carmine Ragozzino - 02 luglio 2022

Giornalista, ha lavorato per Alto Adige, Gazzettino e Trentino

Adesso c’è un Padre Pio anche a Verona. Si chiama Damiano: “santo subito”. I cantici di gloria si sono subito alzati anche dal Trentino grazie alla voce di Lucia Maestri che a Folgaria ha introdotto l’abbozzo di un centro-sinistra elettorale invocando anche per il Trentino il miracolo scaligero dell’unità vincente.

 

Sì, il santo veronese si chiama Damiano. Come il curatore che assieme a Cosma fece cronaca (medioevale) nel guarire i malati: gratis o al massimo dietro frugale compenso alimentare. Sinistra e dintorni (una disarmante mappa a variazione quotidiana di sigle e cammuffamenti) hanno spesso urgenza di identificazioni. Se non si mitizza qualcuno non ci si raccapezza.

 

Inesorabilmente ora scambierà Verona per San Giovanni Rotondo. Anche dal Trentino – (scommettiamo?) – si organizzeranno processioni in trasferta per pregare il Pio Damiano, il riccioluto ex calciatore, il neo sindaco che ha fregato i pronostici mettendo in fuorigioco una destra tanto storica quanto stolida

 

Anche dal Trentino si invocherà ora l’ex centrocampista di una serie A pallonara che non c’è più. Per Tommasi il campo e soprattutto un fuori campo culturalmente attrezzato furono terreno di rara sperimentazione valoriale (una rarità in un mondo mercatile).

 

Anche dal Pio Damiano si invocherà una pia idea (magari anche due vista la penuria creativa dei progressisti trentini). Idee per mettere in Fuga(tti) le destre dal governo provinciale. Destre protagoniste di un quinquennio malsano sia moralmente (le vomitevoli leggi ad escludendum dei “non trentini” ) che amministrativamente (le leggi, tante, che la Corte Costituzionale ha cestinato).

 

Le elezioni provinciali sono solo apparentemente lontane. Si voterà verso fine 2023. Ma un anno e qualche mese equivale ad uno sputo se si mettono nel conto quattro anni persi a perdersi in un’opposizione frustrata, per lo più ignota e per di più quasi del tutto “interna” al palazzo (alla Provincia).

 

È lecito (con umiltà) dare un consiglio a chi detesta ogni suggerimento che non arrivi da dentro la parrocchia dei “milipochi” di partito? Il suggerimento (una supplica) è questo: al riccioluto che ha fatto il miracolo a meno di 100 chilometri da Trento non chiedete di politica.

 

State piuttosto al suo gioco (che è il più bello del mondo anche quando purtroppo puzza di marcio) e studiate non tanto la sua campagna elettorale vincente quanto la sua carriera calcistica. Vi accorgerete (voi sinistri, voi centrosinistri, voi coalizzati quasi sempre dell’ultima, ritardataria e meno credibile ora) che il centrocampismo è un paradigma.

 

Se in una squadra il centrocampista pretende tutti i palloni, beh farà forse qualche bel numero ma poi, inevitabilmente, schiatterà. Se nel calcio non si vede prima il possibile sviluppo di un’azione (se si ha il respiro corto dell’invidia e dell’autoreferenza) si perde. E di brutto.

 

Il leader, il motivatore, di una squadra è l’operaio (il mediano del Liga) che sa valorizzare al meglio le differenze tecnico-caratteriali tra i giocatori. Nel calcio (così come nella vita e dunque anche in politica) per saper motivare occorre saper memorizzare le doti dell’uno e i limiti dell’altro, farne tesoro nella “regia” di una partita. È indispensabile un pensare collettivo che garantisca agli acerbi ma appassionati occasioni di protagonismo.

 

Ecco, alzi la mano (in Trentino ma probabilmente ovunque) chi in questi anni di drammatica decadenza valoriale si ricorda una sinistra che abbia dato spazio nei fatti (a parole si abbonda) a chi ha doti tecniche (la competenza ad esempio) e storie credibili ma poca voglia di farsi intruppare dentro schemi e organigrammi.

 

Si esagera? Può essere. Tuttavia la foto della quasi coalizione anti Fugatti scattata venerdì a Folgaria qualche dubbio lo pone. L’ottimismo vacilla se a parlare di necessità di nuovo slancio, nuovi metodi, nuove alleanze sociali sono rispettabilissimi eternauti della politica trentina. Nulla da contestare ai curriculum di Boato, Raffaelli, Zoller, Maestri, Piccoli ma pare naturale che il progressismo trentino nel 2022 debba avere gli stessi volti di 10, 100 o mille anni fa?

 

Senza infierire, prendiamo per buona la promessa di costruire per il 2023 una coalizione dove i partiti si mettono “al servizio” della società della solidarietà, dell’inclusione, della giustizia, dell’equità e del volontariato. Ci crederemo davvero, però, solo quando vedremo i “coalizzandi” stare in silenzio ad ascoltare il bello e il brutto espresso da una società dai colori sempre meno nitidi. Ascoltare - e, semmai, capire – è molto più complicato che pontificare su ogni materia.

 

Il vizio di salire sulla cattedra della prosopopea, improvvisando lezioni e impartendo verità almeno opinabili è la barriera che ha allontanato il progressismo dalla realtà (specie quella scomoda che però è quella più diffusa). Il progressismo si è così rintanato (per di più crogiolandosi) dentro microcosmi sempre più micro. I cenacoli vecchi e nuovi dei tesserati e dei simpatizzanti sono poco rassicuranti. Il mondo è quasi sempre altrove. Se lo si scopre solo in prospettiva elettorale si è semplicemente “fuori dal mondo”.

 

I tavoli di coalizione arrivano puntuali, rituali e immutabili pure nell’estetica. La politica che dai tavoli di coalizione giura di poter ripartire recuperando ogni ritardo rende plastiche le sue carenze di presenza e di sostanza. Latitanti per anni dalla fatica del “costruire” opposizione vera e futuro meno tentennante, i partiti si svegliano, azzardano strategie, tratteggiano candidati da estrarre da un cilindro senza fondo. Confidano pure nel harakiri altrui (alla Lega il suicidio viene facile ma è una regola che in Trentino delle periferie non vale).

 

A volte, così come pare stia capitando da venerdì in Folgaria, i tavoli si allungano e le sedie aumentano. C’è da far posto al nuovo (che avanza?) con un chirurgo estetico al seguito. Il chirurgo, se è bravo, ringiovanirà fino a rendere irriconoscibili i sempiterni. Sono personaggi – (rispettabilissimi, senza ironia) – che bazzicavano il Paleolitico ma che in prima fila o dietro le quinte sfatano ogni teoria sull’inesorabilità del tempo.

 

Coalizione non è una brutta parola. Sarebbe la parola giusta per sancire uno scambio virtuoso di idee diverse, esperienze, risorse, intuizioni, coraggio, eccetera. Ma tutto questo ha un senso solo se le coalizioni non nascono “sotto elezioni” per morire di piccolezze, vanità, poltrone e miserie non appena le urne sono chiuse. Anzi, anche prima: il bilanciamento snervante delle candidature, l'insaziabilità di chi pretende deroghe per fare il consigliere provinciale a vita.

 

Forse coalizzare la società verso il recupero di valori è più proficuo che coalizzare partiti antichi, formazioni dell’ultima e della penultima ora dove – anche lì – le carte d’identità sono piuttosto ingiallite. Per coalizzare la società bisogna “esserci” (nella società) senza presunzioni, accettandone le contraddizioni senza svicolare dai confronti scomodi o imbarazzanti. Bisogna esserci con la fatica del centrocampista che corre più di tutti ma si lamenta meno di tutti (San Tommasi era così). Per coalizzare la società urge starci dentro ma stare in disparte. Fare spazio, cioè, alla qualità e all’anagrafe (che non è un discrimine ma non guasta) di chi il consenso lo ha “già” conquistato sul lavoro, nel quartiere, nel paesino o in città.

 

Questo tipo di coalizione ha molto a che fare con l’etica (i confini sono tutti valoriali) e poco con la vacua matematica delle alleanze. Il centrosinistra – ad esempio – deve essere anche “autonomo”. Ma autonomo dai mercanteggiamenti di posti, prebende, rendite di posizione, eccetera.

 

Da Folgaria hanno fatto sapere che entro l’anno si individuerà la guida delle coalizioni, il candidato presidente da opporre a Fugatti e alle destre riunite ma non amorevolmente unite. Con il Pio Damiano di Verona l’elenco dei santi miracolanti pare saturo. Se per una volta anziché l’uomo (o la donna) della Provvidenza si cercasse la donna (o l’uomo) della Previdenza. Prevedere, cioè, che il Trentino possa affidarsi a chi sa mandare a rete anche i terzini di una squadra coesa, coraggiosa, imprevedibile, lungimirante anche senza campioni del parlarsi addosso. Un po’ come quel Chievo in cui San Tommasi non giocò ma che gli suggerì certamente il metodo per fare di un miracolo un evento perfino normale.

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