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''Bestemmia chi decide che in una casa di riposo si può fare a meno di un terzo degli infermieri''

Si è appena palesato (nel “tavolone” di Folgaria) quel fritto misto museale che si dice deciso a coalizzarsi contro la destra nelle elezioni provinciali in programma di qui ad un anno. Bene, partitoni, partitini, cespugli, frasche e quant’altro hanno una buona occasione per non parlarsi addosso (con quel loro vocabolario arcaico). Basta che escano dalla fascia protetta delle parrocchiette vecchie e nuove che offrono vertici sempiterni ma basi vaghe. Sarebbe magnifico vedere i “coalizzandi” – ieri, non domani – che si piazzano tutti insieme, indistintamente, davanti agli ingressi delle Rsa trentine
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Di Carmine Ragozzino - 11 luglio 2022

Giornalista, ha lavorato per Alto Adige, Gazzettino e Trentino

Guadagnano un pacco: soldi a palate. Li incassano ogni mese: amministratori della cosa pubblica (troppo spesso “cosa loro”) nominati dall’incompetenza arrogante della politica. Quella che fa assessori (ad ogni latitudine) i “senza arte né parte”. 
Soldi, tanti, riempiono le saccocce di chi dirige settori vitali di una società. Il più vitale di tutti? La sanità.

Alcuni politici (che diventano assessori) sono retribuiti molto più del moralmente lecito poiché mostrano inequivocabilmente una siderale distanza tra compiti e capacità.

Rispetto agli esageratamente lauti stipendi di alcuni dirigenti della sanità si potrebbe perfino essere d’accordo. Ma al “quantum” (tantum) dovrebbe corrispondere una dimostrata attitudine a risolvere problemi, ad organizzare servizi efficienti, a progettare con lungimiranza.

 
Ma se invece - deprimente tandem - sia il politico-amministratore che il dirigente sanitario diventano soggetti indistinguibili nel creare nuovi disagi? Se un’assessora fa dell’inconsistenza l’essenza della propria esistenza tanto politica quanto tecnica? Se un dirigente abbonato agli aumenti di stipendio (l’ultimo, 12 mila euro e spiccioli l’anno ad ampliare i 130 mila che già incassava è del 2021) depotenzia un’assistenza già in affanno? Beh, allora - più di sempre - urge alzare la voce. Si può derogare dalla buona educazione.

 
È impossibile, infatti, reagire con eleganza verbale alla bestemmia. E bestemmia, infatti, chi decide che in una casa di riposo si può fare a meno di un terzo degli infermieri (che già sono pochi) caricando chi resta di fatica e patemi.

 
Non si può dare alcuna dignità agli (s)ragionamenti di chi ad ogni occasione (convegni, comizi, interventi) dichiara di avere gli anziani nel cuore del cuore ma nei fatti tratta loro e le loro famiglie con disprezzo.

Non sappiamo se l’assessora Segnana e il dirigente sanitario Ruscitti abbiano mai passato dentro una Residenza Sanitaria Protetta più del tempo loro necessario a blaterare con solenne ipocrisia dell’importanza di una cura dei vecchi all’altezza dell’Autonomia.
Non sappiamo se abbiano mai imboccato chi ti sputa addosso il cibo come i bambini allo svezzamento, dimenticandosi affetti e storie con insulti e confusioni mentali cui non si deve far caso ma che comunque fanno male.
Non sappiamo se hanno mai provato a districare il groviglio dei pensieri di un malato di Alzheimer o di demenza progressiva che impone assistenza piena, non a singhiozzo.
Non sappiamo se di fronte a chi si lamenta, piange, mugugna e guarda il vuoto vedendo quel che solo lui o lei vede l’assessora e il dirigente hanno perso un minuto ad immaginare sé stessi dentro quel futuro malfermo che per quasi tutti è inesorabile. Che direbbero se si vedessero meno protetti?

Non sappiano nemmeno se i due sanno quanto un infermiere ed un inserviente diversamente inquadrato ma non diversamente impegnato devono concordare ritmi, modi, tempi di una cura che per funzionare un sistema complesso. Nelle Rsa è indispensabile la tecnica  dell’assistenza (e non c’è tecnica con i tagli) ma quella “tecnica” non è routine: abbisogna di amore, dedizione, serenità. Non si svolgono mansioni d’amore se non hai più nemmeno il tempo di respirare.

Non sappiamo se Segnana, Ruscitti, la giunta provinciale e chi in maggioranza ne approva un fare disgraziato sappiano quello che fanno. Temiamo, purtroppo, di sì.
Oggi sappiamo però con certezza che quello che vorrebbero fare con le case di riposo: un atto di pura perfidia (politicamente masochistico, per di più).

 
Sì, è perfidia penalizzare i più fragili, i più deboli, i silenziosi che osservano il vuoto, quelli che non protestano, non ti inseguono con la forca, non ti denunciano. Quelli che meriterebbero tranquillità.
E’ lapalissiano il fatto condannare a salti mortali organizzativi una casa di riposo è un sintomo grave di demenza politica. Ma evidentemente la Provincia (e la sua longa mano sanitaria) non hanno idea di chi sia stato monsieur de Lapalisse. Loro non riescono a dare per scontato il buon senso, il buon gusto e il buon governo che si pretenderebbe da chi amministra più ricchezza che nel resto d’Italia.

 
Lapalissianamente, dunque, ricordiamo a politici e dirigenti alcune delle mansioni degli infermieri delle Rsa, tratte da un qualsiasi sito consultabile in internet. Eccone uno, a caso: “L’infermiere è responsabile dell’applicazione delle prescrizioni in materia infermieristica. Cura l’osservanza delle tabelle dietetiche prescritte dal medico. Cura con attenzione e precisione le registrazioni delle prescrizioni mediche, delle osservazioni e delle consegne effettuate durante il servizio. Sostituisce il Responsabile Socio Sanitario in caso di assenza breve o impedimenti temporanei, non rinviabili, per le sole funzioni attinenti l’organizzazione di area. Partecipa all’identificazione dei bisogni di salute della persona e della collettività. Identifica  i bisogni di assistenza infermieristica della persona e della collettività e formulare i relativi obiettivi;  pianifica, gestire e valutare l’intervento infermieristico;  monitorizza la corretta applicazione delle prescrizioni diagnostico-terapeutiche;  compila ed invia l’elenco e l’ordine dei prodotti farmaceutici necessari;  verifica, all’atto della consegna, la quantità e la tipologia dei prodotti farmaceutici consegnati;  controlla la scadenza dei farmaci; collabora con altre professionalità (OSS, uffici, fisioterapisti, logopedista, educatore animatore, ecc.) all’elaborazione e all’attuazione di progetti mirati e multidisciplinari finalizzate alla realizzazione della metodologia di lavoro multiprofessionale.  Sovrintende all’operato degli OSS per le prestazioni delegate e supporta il Coordinatore Socio Sanitario nell’analisi dei fabbisogni formativi della propria area di competenza”.

 
Bene, se lo leggano Fugatti, Segnana e Ruscitti. Ci spieghino, lo spieghino a migliaia di famiglie che affidano i loro cari (pagando) alle Rsa come fa un infermiere a prendersi in carico 15 ospiti quando già 10 erano un esercito in credito (e diritto) di vera e puntuale attenzione.

Si potrebbe continuare. Ma a che serve? Nelle case di riposo chi ci lavora dovrebbe poter parlare con affetto anche ai sordi e ai mezzi ciechi. In politica ci sono sordi e ciechi che sentono e vedono benissimo. Ma non ascoltano e non guardano.

 
Sarebbe servito, forse bastato, ascoltare chi da anni dice vanamente che le carenze organizzative delle case di riposo non si possono affrontare con stupide, offensive e devastanti trovate contabili. Sarebbe servito – e serve ancora – avere l’umiltà di confrontarsi con chi chiede parità di trattamento tra infermieri degli ospedali e quelli delle case di riposo, rendendo la seconda opzioni contrattualmente più attraente di quanto non sia oggi. Sarebbe servito, e serve ancora, sospendere l’esclusività delle prestazioni tra ospedali e Rsa per favorire eventuali passaggi dai primi alle seconde. Sarebbe servito, e serve drammaticamente, programmare con meno improvvisazione la formazione, gli studi, gli aggiornamenti, eccetera.

Ci sarebbero voluti politici e manager più umili. O almeno meno arroganti. Il taglio di un terzo degli infermieri delle Rsa, l’aggravio che cadrà su chi resta e sulle altre figure di lavoratori (gli Oss) dimostra che ci si può rimbambire molto prima di quanto non incedano le magagne neuronali.

 
Di fronte a questo scempio della decenza che resterà tale anche se ci dovessero essere ripensamenti e marce indietro (viste le immediate proteste), non basta lo scandalo. Non bastano i post sui social, né le interrogazioni, le mozioni o gli interventi a mezzo stampa. 
Si è appena palesato (nel “tavolone” di Folgaria) quel fritto misto museale che si dice deciso a coalizzarsi contro la destra nelle elezioni provinciali in programma di qui ad un anno

 

Bene, partitoni, partitini, cespugli, frasche e quant’altro hanno una buona occasione per non parlarsi addosso (con quel loro vocabolario arcaico). Basta che escano dalla fascia protetta delle parrocchiette vecchie e nuove che offrono vertici sempiterni ma basi vaghe

 

Sarebbe magnifico (anzi sarebbe incredibile) vedere i “coalizzandi” – ieri, non domani – che si piazzano tutti insieme, indistintamente, davanti agli ingressi delle Rsa trentine. No, non un gazebo una tantum nel quale perpetrare il rito dell’auto referenza. Al contrario, una presenza capillare, contemporanea, davanti a tutte le case di riposo: costante, dialogante con famiglie e lavoratori, denunciante.

 
Esserci, insomma, per provare a fare politica come non si sa più. Esserci fino a quando la giunta provinciale non tornerà in sé smettendola di amministrare con un pallottoliere che non contabilizza né il costo sociale né quello morale di una scelta.

 

Esserci non perché tra un po’ si voterà ma perché “bisogna” esserci anche se il voto è lontano. E basta. 

 

Per la rivoluzione probabilmente ci vuole altro, ma da qualche parte bisognerà pur cominciare. O meglio, ricominciare.

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