Vino antichissimo e dalle importanti parentele, ecco il Groppello che deve tutto a ''el Zeremia'' e a uno sparuto gruppo di vignaioli nonesi
Nella borgata di Revò, comune di Novella, in piena val di Non, una ventina di aziende hanno recentemente proposto esempi di viticoltura eroica, con il vitigno di casa a caratterizzare ogni confronto enologico, tra convegni e altrettante degustazioni
Nomi obsoleti per viti che richiamano vestigia di popoli golosi e coltivatori istrionici quanto avveduti. Una miriade di varietà di vitis che hanno la montagna come riferimento: selezionati da radicali cambi climatici che hanno costretto queste piante ad adattarsi in ambiti meno cruenti. Merito di migrazioni, di etnie e di consuetudini agrarie che spaziano dalle Alpi agli Appennini. Vitigni scaturiti dall’innesto di piante stanziali con viti selvatiche. Ecco allora l’epopea dell’ Ambròstino e del Reverusto, per giungere all’areale dolomitico dove è custodito il Groppello noneso, derivato dall’ancestrale Rèze.
Il nome del vitigno deriva dal toponimo Raetia, una regione che dal Danubio si estendeva nel passato ai Grigioni, comprendendo Tirolo e Lombardia settentrionale, divenuta in seguito una provincia romana. Dalla vinificazione dell’uva della Vitis raetica si otteneva il vino retico che, a giudizio dei georgici latini e di Virgilio, era di qualità eccelsa, secondo solo al Falerno. Plinio il Vecchio attribuisce l’origine dell’uva retica all’area prealpina, origine rivendicata peraltro anche dalla Valtellina.
In tempi più recenti autori svizzeri e francesi ipotizzano che il nome Raetica sia sopravvissuto in una varietà coltivata nel Vallese fin dall’epoca romana, chiamata Rezè, citata in epoca medievale con il nome di Recy. Si può quindi ipotizzare che Rèze sia l’unico relitto etimologico della vite retica. Attraverso l’analisi del Dna i ricercatori della Fondazione Mach di San Michele all’Adige hanno scoperto che il vitigno Rezè è imparentato con il Cascarolo nero presente in Piemonte, con la Grande Arvine del Vallese, il Groppello di Revò e la Nosiola del Trentino.
Inoltre il Groppello di Revò è anche imparentato con un vitigno della Savoia, la Dureza, genitore dello Syrah e con il Teroldego ed è un genitore del Grosse Arvine, antico vitigno del Vallese. Come si possono giustificare questi rapporti genetici tra varietà così lontane dal punto di vista della loro origine geografica? Forse perché il Vallese e la valle di Non hanno in comune un’antica presenza retica, popolazione che abitava le Alpi sul versante meridionale e che hanno sviluppato con gli etruschi, transfughi dalla pianura padana dopo la seconda guerra punica, una cultura reto-etrusca che aveva una grande abilità nella lavorazione del ferro. Tutto questo per arrivare al Groppello noneso o meglio al Groppello di Revò.
Tra qualche giorno questa singolare varietà di vite sarà al centro dell’annuale seminario Eroica, uomini e vini di montagna. Promosso dall’amministrazione comunale di Novella, con l’adesione di Slow Food e massimi esponenti della moderna vitivinicoltura.
Groppello, perché? Il nome deriva probabilmente dalla forma dialettale “grop” o “gropo”. Vitigno che vanta numerose citazioni a partire dal XVI sec. ed è accomunato semanticamente al vitigno Pignolo. Non va confuso con i Groppelli del Garda bresciano. Inoltre ha stretti rapporti di parentela proprio con il già citato Rèze. Una storia comunque legata alla montagna. La prima menzione risale ad Agostino Gallo (1565) e include varietà a bacca rossa e bianca. (Il Groppello bianco trentino si è rivelato essere Nosiola)
Sotto il nome di Groppello vengono conosciuti e confusi diversi vitigni tra loro differenti. Nella provincia di Vicenza sono stati trovati due Groppelli nettamente distinti tra loro: il Groppello dei Berici, non più coltivato e presente solo in collezione, ed il Groppello di Breganze, coltivato su terreni collinari ben esposti fino a ml. 300- 350. Ad un primo controllo il Groppello di Breganze sembra corrispondere ad un vitigno coltivato in Valtellina con il nome di Pignola, già iscritto al Registro Nazionale nel 1970.
Tuttavia, oggi, grazie alle tecniche d’indagine della genetica molecolare che oggi possiamo classificare e conoscere meglio il gruppo dei Groppelli. Valorizzando la singolarità tutta montanara del Groppello di Revò. Con le vigne nella valle delle mele. Non è una provocazione, ma il prezioso recupero antiche pratiche vitivinicole lungo le sponde del torrente Noce, il flusso d’acqua che sgorga dalla val di Sole e solca tutta la val di Non. Dove la frutticoltura è intensiva solo da mezzo secolo. Prima tutto l’areale era vitato. Coltivato con varietà quasi scomparse, nonostante già nel 1899 in questa zona era attiva una cantina sociale, la prima tra le Dolomiti. Tutelava la fatica, l’ardire di viticoltori che con il vino cercavano sollievo, alcolico e soprattutto economico, per battere la fame endemica di una vita grama di gente montanara, in un Trentino (allora provincia asburgica) dove nulla era affascinante. Viticoltura per certi versi eroica, vino scambiato con forniture di sale di Salisburgo, in una sorta di baratto. Alone misterioso e per certi versi mistico. Che in queste ultime stagioni viene in qualche modo recuperato.
Merito di uno sparuto gruppo di vignaioli nonesi, quelli che stanno arditamente difendendo microscopici appezzamenti vitati, situati prevalentemente sulle sponde del lago di Santa Giustina, il castello di Cles che troneggia e si erge come baluardo identitario. E’ la forma più sincera di difendere il concetto di ‘vino da vite autoctona’. Che in val di Non ha un nome identico, preciso, per il vino e del vitigno stesso: Groppello di Revò.
In un epoca dove la perdita di identità culturale è rappresentata da una vera e propria amnesia collettiva delle tradizioni agricole ed alimentari, evocare una viticoltura che è ormai scomparsa, significa far capire al lettore che produrre vino non è soltanto un “affaire” che coinvolge tecniche di produzione e strumenti di marketing, ma si identifica con il paesaggio, con gli edifici, con le strade, in una sorta di progetto dove ,in un società dominata dai modelli antropologici del “villaggio globale”. Molti territori di antica viticoltura cercano di sfuggire, purtroppo ormai per volontà di pochi, da un lato ai danni del gusto omologato che conduce alla perdita di identità di molti vini “senza anima” e dall’altro allo stile “pseudo regionalista”, sterile copia di un passato ormai compiuto.
Ai consumatori è stata data in questi anni la possibilità di accedere ad un numero, un tempo impensabile, di etichette ma a ciò non ha corrisposto la nascita di nuovi linguaggi del vino capaci di comunicare con efficacia ad un mondo che non conosce i valori delle nostre civiltà, i contenuti non solo organolettici di una bottiglia ma anche l’immaginario che da essa si sprigiona quando viene assaggiata.
I vini dalle caratteristiche sensoriali che si discostano da quelle normate dai modelli gustativi delle riviste americane, anche se carichi di storia, sono ignorati dal grande pubblico, rimangono nell’ombra, vivono la loro storia più confinata e pittoresca: come comprendere allora il genius loci dei territori dove il vitigno autoctono è sovrano incontrastato, dove l’immaginario ha confinato il vino con un linguaggio di civiltà, con il suo universo di saperi e codici simbolici, con la sua folla di nomi spesso incomprensibili.
Il vitigno stanziale rappresenta un esempio virtuoso di valorizzazione dei diversi luoghi dove è coltivato con una chiara identità che non si evidenzia solo nelle sue caratteristiche sensoriali ma nella capacità di aggregare attorno a sé le comunità dei viticoltori, come un totem, con il risultato di riuscire a conciliare un’azione di protezione della biodiversità con una di profitto. Nella borgata di Revò, comune di Novella, in piena val di Non, una ventina di aziende hanno recentemente proposto esempi di viticoltura eroica, con il vitigno di casa a caratterizzare ogni confronto enologico, tra convegni e altrettante degustazioni.
Tra i cultori del Groppello di Revò - è importante il legame con il luogo, perché solo quello di Revò si distingue tra la vasta famiglia dei Groppello - troviamo la famiglia di Lorenzo Zadra, figlio di Augusto, compianto temerario quanto istrionico vignaiolo, il vero ‘custode del Groppello noneso’, personaggio soprannominato ‘el Zeremia’. E’ stato lui che ha insegnato al figlio Lorenzo le fondamentali tecniche colturali, salvando dall’estinzione ceppi di viti ultrasecolari, piante che scandiscono l’habitat di Revò e consentono di bere uno spaccato di storia. Tra passato, mirando al futuro.
Di questi vitigni ci si ricorda spesso solo il loro nome perché, curioso, vernacolare: abbiamo ormai dimenticato, a distanza di pochi anni, le sensazioni gustative del loro vino spesso prodotto con tecniche enologiche non coerenti con le caratteristiche del vitigno e la località sperduta dove sono coltivati. Cosa fare allora? Recuperare, rispettare le scelte enoiche operate da giovani come Lorenzo Zadra in val di Non. Per scardinare il ruolo di una comunicazione che preferisce tipologie di vini “perfetti”, ma senza anima e che non sanno operare quell’”elogio dell’imperfezione”, imperfezione che non è difetto e che spesso è alla base di un vino controcorrente, di un vino innovativo, in quanto sinceramente diverso. Che stimola la fantasia e soddisfa i buoni pensieri, non solo le sensazioni gusto/olfattive. Senza forzare il concetto di tradizione. In quanto sono sempre state inventate e reinventate per soddisfare gli scopi di persone che volevano attraverso queste, legittimare il loro potere. A chi invoca il ritorno della tradizione nella produzione di vino si può invece rispondere che il modo più efficace per attuarla è quello di un suo “tradimento fedele”. Incentivando la ricerca genetica, rispettando colture viticole che generano culture territoriali. Come in val di Non, seppur tra le mele.
Nato a Stravino, micro-borgo rurale in Valle dei Laghi, tra Trento, le Dolomiti di Brenta e il Garda. Per 36 anni inviato speciale Rai in programmi e rubriche agroalimentari, filmmaker, da oltre 30 anni degusta vini per la guida del Gambero Rosso e ha pubblicato numerosi testi di cultura enogastronomica. È editorialista e colonna del quotidiano online ilDolomiti.it e per l'AltraMontagna racconterà di enogastronomia 'eroica', di Terre Alte ed alte quote, di buon vino e buon mangiare.