Storia di un mazzolino di fiori regalato a un ragazzo di passaggio, di una bambina di nome Tina e di chi lotta contro un sistema incapace di spingere il naso oltre i profitti
Il 19 agosto 1926 nasceva la grande giornalista Tina Merlin. In occasione dell'anniversario abbiamo deciso di dedicarle la giornata di oggi con articoli, approfondimenti e ricordi. Iniziamo con il breve racconto un'esperienza che motiva una riflessione
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Quando si giunge in prossimità del torrente Vajont è difficile pedalare con lo sguardo dritto sulla strada. Gli occhi si muovono compulsivamente verso destra (sinistra orografica del Piave), convinti di scorgere da un momento all’altro la diga. E invece niente: la somiglianza di quelle gole strette inganna il viaggiatore. Poi da lontano si intravvede Longarone con i suoi palazzoni anni Sessanta. Sembra un grande balcone affacciato prima su una zona industriale e poi su due monti: il Toc e il Salta. A unirne le pendici, scavate dal torrente Vajont, è una colata di cemento alta 261 metri. Resse alla frana di 260 milioni di metri cubi di roccia che si staccò dal Toc, non si piegò all'onda di 50 milioni di metri cubi d'acqua, che invece inghiottì Longarone. È ancora lì, monumento alla memoria, ma soprattutto a vergogna perenne di una programmazione territoriale incapace di spingere il naso oltre i profitti.
Smonto di sella, appoggio la bici e mi fermo a guardare la diga. Proprio come sosteneva Paolini nel celebre monologo teatrale, due sentimenti opposti schiacciano la coscienza. Il primo è di ammirazione verso un manufatto costruito a regola d'arte. Non è crollato. Ha resistito. È altissimo e ricorda l'arte di Brâncuși. Il secondo è di orrore. Quello sbarramento grigio-ocra, oltre ad aver strappato la vita a 2018 persone, simboleggia la tracotanza di un pensiero che, in nome del progresso, rade al suolo paesaggi e società. Impone dall'esterno, omologa senza preoccuparsi delle peculiarità locali.
La malinconia svanisce grazie a due bambine di 8 e 4 anni. Vedo che confabulano, rannicchiate sul prato del loro giardino e dopo qualche minuto si avvicinano tenendo in mano un bellissimo mazzolino di fiori. Bellissimo nella sua semplicità, bellissimo perché composto da fiori diversi, bellissimo come i loro sguardi timidi e allo stesso tempo curiosi. Le ringrazio e lo fisso al telaio della bicicletta. Poi, prima di ripartire, chiedo loro come si chiamano.
La più grande risponde Tina. "Come Tina Merlin!", penso subito, guardando un'ultima volta i suoi occhi dolci in cui si riflette l’immagine di una giornalista - forse l’unica - che ha avuto la forza di combattere contro la costruzione della diga; contro un sistema prepotente e per il futuro di quelle bambine che ancora riescono a emozionarsi regalando un mazzolino di fiori a un ragazzo di passaggio.