Il video di Ianeselli, i linguaggi delle nuove destre e gli 'scivoloni nello slogan' della sinistra. Carlo Buzzi: "Contrapporre all'aggressività programmi politici concreti"
Il sociologo Carlo Buzzi: "Credo che il sindaco abbia voluto affidarsi ad un tono 'deciso' per specificare quali sono le sue competenze sul tema della sicurezza, sottolineando come altri attori siano coinvolti: non era sicuramente un messaggio rivolto alla propria base elettorale"
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TRENTO. "La città sarebbe pericolosa per colpa mia? No. Sono venuto qui per campagna elettorale? No. Non voglio una città sicura? Ho un figlio e la voglio sicura tanto quanto voi".
Inizia così il video messaggio pubblicato dal sindaco di Trento Franco Ianeselli sui propri social dopo l'episodio di violenza avvenuto ieri mattina in piazza Santa Maria Maggiore dove tre persone protagoniste di una rissa - due cittadini classe 2000 e una ragazza del 2004, di origine marocchina e risultati irregolari sul territorio, che sono stati denunciati e che saranno espulsi (QUI ARTICOLO) - hanno, fra le altre cose, vandalizzato una bancarella del mercato biologico, lanciando dei vasetti di miele.
Nel video il primo cittadino – che aveva già con una nota espresso solidarietà alla titolare dell'attività, ringraziato le forze dell'ordine e chiesto "ai responsabili della sicurezza" di rafforzare il presidio e la vigilanza, nonché alla Procura di porre attenzione alla pericolosità di determinati soggetti – sceglie di rivolgere un "pensiero" a chi "invece di cercare soluzioni usa questo episodio per attaccarmi fingendo di non sapere di chi è la responsabilità della sicurezza in città".
Concetto che era stato espresso anche nella nota diffusa in cui Ianeselli scriveva: "Credo sia tempo di demistificare la retorica secondo cui la responsabilità dei reati degli immigrati è da ascrivere al sindaco", sottolineando come è invece il governo nazionale a "malgestire" l'immigrazione, mentre in Trentino "non è il comune a occuparsi degli immigrati", concentrati in città dalla Provincia dopo lo smantellamento del sistema di accoglienza.
Nel video viene inoltre specificato con delle didascalie che "il Comune non può mettere persone in prigione, lo fanno i giudici", che "non è il Comune che rimette in strada i criminali" e che "il questore e lo Stato sono responsabili della sicurezza" con Ianeselli che osserva: "Chi fa politica queste cose le sa, e invece di lavorare per risolvere i problemi usano la paura per manipolare l'opinione pubblica e per raccogliere un po' di voti".
L'affondo si fa poi più ficcante e, dopo aver specificato che "io la sicurezza la pretendo e da quando sono sindaco faccio pressione ogni giorno sul Questore perché Trento merita rispetto", il primo cittadino affonda il colpo: "Chi specula sulla paura e chi usa ogni evento negativo per attaccare chi lavora davvero non merita la vostra fiducia".
Al di là del tema trattato, quello che ha colpito molti è il modus comunicativo di Ianeselli che ha scelto un tono "d'attacco" per rispondere a chi "strumentalmente" ha mosso nei suoi confronti critiche sul tema della gestione della sicurezza urbana, quasi a voler "contrattaccare" con lo stesso tono, rispondendo "colpo su colpo".
L'ANALISI DEL SOCIOLOGO CARLO BUZZI
E al di là del tema trattato questa scelta comunicativa, pensando anche all'imminente "scontro elettorale" in vista delle prossime elezioni amministrative, merita una riflessione e ad analizzarla è il sociologo Carlo Buzzi, già direttore del dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale di Trento, che prende spunto anche per una più ampia disamina sul tema della comunicazione politica contemporanea, anche su scala nazionale e internazionale.
"Guardando il video ritengo che il sindaco di Trento, visibilmente seccato dalle critiche, abbia scelto di affidarsi ad un modus comunicandi non propriamente nelle sue corde – osserva Buzzi – cogliendo un risultato 'stilisticamente' non riuscitissimo. Ha voluto, a mio avviso, recitare una parte con un tono 'deciso' per specificare quali sono le sue competenze sul tema della sicurezza, sottolineando come altri attori siano coinvolti, e non era sicuramente un messaggio rivolto alla propria base elettorale".
Il sociologo Buzzi affina poi il ragionamento, spiegando come a suo avviso una determinata scelta di comunicazione pur "non permettendo al sindaco di avvicinare coloro che la pensano in modo opposto" – e rischiando anche di suscitare stupore in chi, pur allineato con il suo pensiero, non ama un determinato modo di porsi – abbia l'obiettivo di "convincere" quella parte di elettori che non apprezzano "il linguaggio di una destra aggressiva" e che al contempo non "gradiscono un eccessiva pacatezza".
"In sintesi penso che optare per un certo modo di porsi a livello comunicativo – dichiara Carlo Buzzi – comporti uno scarso pericolo di perdere consensi dal proprio bacino elettorale, e la possibilità di intercettare la sensibilità di quella maggioranza di cittadini 'silenziosa' che coltiva le paure evocate proprio dall'aggressività di una certa comunicazione politica".
LA COMUNICAZIONE AGGRESSIVA E "DUTTILE" DELLE NUOVE DESTRE
Scostandosi dall'episodio specifico, e dalla dimensione locale, Carlo Buzzi coglie l'occasione per una riflessione su scala nazionale e internazionale per cifrare un momento storico, in termini di comunicazione politica, in cui assistiamo spesso a tentativi di "puntare più sull'emotività che sulla razionalità dell'elettorato".
"Il linguaggio politico di chi si rivolge agli elettori ha di base due valenze: quella 'intergruppo', quando l'obiettivo è quello di intercettare anche chi la pensa in modo diverso, e 'intragruppo' quando ci si rivolge al proprio bacino di riferimento: alcuni esponenti di partiti autoritari puntano sull'aggressività per compattare le proprie fila, focalizzandosi non sui contenuti ma sul modo in cui si trasmettono, arrivando anche ad affermare cose non vere senza il rischio di venir screditati. Al contrario, quando si tratta di parlare ad altri bacini, il linguaggio muta in modo strumentale: l'esempio è proprio la premier Meloni, che quando parla alle 'sue destre' utilizza un tono più aggressivo e autoritario, mentre quando si trova a dialogare con altre forze, o con altri leader europei, smussa i toni e 'graffia' solo quando attaccata".
L'obiettivo, specifica Carlo Buzzi, è sempre quello di coinvolgere una massa elettorale sempre maggiore, col linguaggi comunicativi "duttili". forieri però degli stessi messaggi politici.
Soffermandosi su un determinato tipo di tono e linguaggio politico "aggressivo", Carlo Buzzi osserva come a livello internazionale, nelle società occidentali, si assista ad una "crisi della razionalità parallela ad un incremento dell'emotività".
"Si registra spesso uno scivolamento in questa direzione, quasi un'incapacità di tornare a ragionare – spiega Buzzi – e così facendo si punta tutto sulla capacità di 'sorprendere' l'elettorato con sensazioni e sentimenti viscerali quali la paura, l'insicurezza, la voglia di vedere un futuro determinato, magari identificando una figura forte in grado di realizzarlo, aspetto tipico dei sovranismi".
PROIEZIONI FUTURE: UN "ANTIDOTO" A BASE DI PROGRAMMI E NON DI SLOGAN
Alla luce dell'analisi chiediamo a Carlo Buzzi di lanciare lo sguardo ad un futuro che, per forza di cose, dovrà fare i conti con questo "mutato" modus di comunicazione politica, ipotizzando anche gli ingredienti di un "antidoto" per arginare questa "deriva", sia su scala nazionale che internazionale.
"Credo che per opporsi efficacemente a questa modalità sia necessario cambiare il metro di comunicazione – osserva Buzzi – evitando slogan che spesso si rivelano inutili e talvolta irritanti e in cui anche la sinistra talvolta scivola: non seguire quindi la stessa linea d'onda, ma contrapporre invece programmi politici concreti e soprattutto attuabili, cercando di proporre soluzioni reali alle problematiche affrontate".