Fotografando il risveglio del bosco: "Mentre pensiamo che la natura stia ancora riposando, è fiorito un giardino"
Cronache di un fotografo naturalista #03 / Un'escursione fotografica nel bosco invernale alle scoperta delle fioriture nemorali


Un velo di nuvole filtra i primi raggi di sole colorando la nebbia sulle alte colline. Una progressione di colori caldi, dall’ocra al grigio bluastro passando per il seppia, dipingono i livelli pastello del paesaggio tardo invernale, dove febbraio e marzo si incontrano.

Nella valle è tornato il tempo di riprendere a fotografare i fiori che spuntano sul suolo della cerreta spoglia. È il tempo delle fioriture nemorali, ossia quei fiori boschivi che sfruttano i tiepidi raggi di sole invernale che penetrano l’intreccio dei rami ancora spogli. La finestra della loro fioritura si colloca in un arco temporale ben preciso, che va dal risveglio vegetativo (quando gli alberi cominciano a mettere le gemme) alla chiusura della volta del bosco in seguito al pieno sviluppo delle foglie.
Giunto alla soglia del bosco, vengo assalito dal grigio e dal marrone dei tronchi e del terreno, dai verdi dei muschi e delle epatiche. Passato lo stordimento visivo, prendono il sopravvento le chiazze variopinte che fuoriescono dalle foglie secche ed io entro in modalità cercatore di fiori. Passo dopo passo, si rivelano foglie basali, steli, petali e sepali in un tripudio di forme e portamenti che richiedono all’osservatore di fermarsi per godere di questa abbondanza. Può sembrare paradossale, ma per un fotografo è difficile trovare un soggetto in mezzo a tanti altri soggetti. Qual è il più bello? Quale dovrei scegliere?
Questa abbondanza mi fa pensare alla prima volta che, da ragazzino, macchina fotografica alla mano, ho preso coscienza di quante specie avessi attorno e che non sarebbe bastata una vita per osservarle e ritrarle tutte. Come quella prima volta prendo fiato e inizio a scattare.

Dalle grandi foglie palmate spuntano i fiori dell’elleboro verde (Helleborus viridis), tra i primi della selva a rinnovare la visione del sottobosco. I cinque sepali sono finemente percorsi da venature messe in risalto dal controluce, mentre minuscoli ditteri e qualche panciuto bombo gli danzano attorno. Poco distanti spuntano centinaia di bucaneve (Galanthus nivalis), probabilmente la specie più iconica del passaggio tra inverno e primavera. Il nome comune fa riferimento al fatto che questo delicato fiore sbocci dal terreno ancora irrigidito dal gelo, talvolta persino dalla neve, incarnando nell’immaginario comune la forza e la resistenza di una creatura solo apparentemente fragile.

Sono molto attratto dalle storie che girano attorno ai fiori come un’ape al loro nettare e amo particolarmente i miti antichi che li vedono protagonisti. Tutti conosciamo il mito di Icaro, ma forse non fino in fondo. Per fuggire dal labirinto di Creta dove era stato rinchiuso assieme al padre Dedalo, Icaro indossò le famose ali di penne e cera, ma avvicinandosi troppo al sole la cera si sciolse e lui cadde perdendo la vita. Da quel giorno, in ricordo di Icaro, il vento al primo tepore del sole piange lacrime che si trasformano in bucaneve al contatto col suolo.

Quando fotografo i fiori penso spesso a queste storie, perché mi aiutano a cogliere delle suggestioni che provo a riportare nella fotografia. A prima vista simile al bucaneve è il campanellino (Leucojum vernum), leggermente più tardivo del primo e con la forma della corolla rotondeggiante, decorata su un ogni tepalo da un puntino verde chiaro. Entrambe le specie hanno ispirato con le loro forme lumi e lampadari e anche nel sottobosco, cercando dei bagliori di luce in cui comporli, si può facilmente cogliere questa ispirazione.

Se i bucaneve si ergono dal terreno con esili steli da cui pende la lanterna bianca, i crochi aprono il fiore come fauci colorate direttamente verso il cielo, mostrando anche i colori interni alla corolla e i lunghi stigmi giallo-aranciato simili a “fili di tessuto”, letteralmente Króke come lo aveva definito Teofrasto di Ereso. In questo tappeto floreale le due specie più comuni sono il croco etrusco (Crocus etruscus), endemico del centro Italia, e lo zafferano selvatico (Crocus biflorus). Anche sul croco gli antichi greci hanno intrecciato un mito. Quel filo di tessuto è il simbolo dell’amore impossibile tra il giovane Krokos e la ninfa Smilax, amore che termina con la tragica morte dei due. Gli dei impietositi da questa fine trasformano il ragazzo nel fiore del croco e la ninfa in quello della Smilax, la salsapariglia.
Riprendo il cammino per raggiungere la parte più alta del colle da dove si scorge la faggeta, per continuare la mia attività giornaliera di cercatore di fiori in un’area dove crescono altre specie nemorali. Vicino al torrente appaiono nella loro veste azzurro-violetta le scille silvestri (Scilla bifolia) meravigliosamente fiorite, ma il palcoscenico del sottobosco è tutto per lui, il dente di cane (Erythronium dens-canis), una liliacea non comune nella porzione centro meridionale della Toscana.

Dalle foglie maculate in cui si mischiano il verde e il bruno-rossastro si slancia lo stelo che tende al carminio e dal cui apice pende il fiore rosa intenso con gli stami viola. Mi perdo nelle sue forme e cerco il punto migliore da cui esaltarne la bellezza. Sdraiato a terra, sfrutto i fili d’erba tra la fotocamera e il soggetto per creare una macchia di colore decorativa da cui far sorgere il dente di cane includendo anche le caratteristiche foglie. Poco più là un tappeto di colombine cave (Corydalis cava), papaveracee di bosco dalle infiorescenze complesse e variopinte che spuntano dagli sbuffi di foglie, si alternano alle più rade gagee gialle (Gagea lutea), i cui tepali formano delle piccole stelle diafane.

In un periodo in cui siamo abituati a pensare che la natura sia ancora ritirata nelle sue stanze a riposare, nel bosco è fiorito un giardino. Scendo dal versante oltre il bosco che lascia il posto ad un vecchio pascolo e come ultimo regalo a corollario di una splendida giornata, il sole illumina decine e decine di narcisi tazzetta (Narcissus tazetta). A bere il nettare dalla sua “tazzina” color oro una sfinge del galio (Macroglossum stellatarum) mi concede uno scatto e scompare nel profumo dei narcisi.


Naturalista e fotografo di natura. Si occupa di divulgazione scientifico-naturalistica, conservazione della natura e realizzazione di progetti legati alla tutela e promozione della biodiversità. Ideatore e direttore scientifico della rassegna “Le notti della natura” per i comuni di Scarlino, Follonica, Gavorrano e Parco nazionale delle colline metallifere (GR). Collabora con il Museo di Storia Naturale della Maremma e come esperto al programma GEO (Rai 3). Ha pubblicato per Quercuslibris “Di malerbe, tritoni, lucciole e altre storie”, un volume di racconti e fotografie.