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Da Stava alla Marmolada, il luglio dei nostri tormenti

DAL BLOG
Di Paolo Ghezzi - 19 July 2022

Ragazzo del 57, giornalista dal 79, troppo piccolo per il 68, ha scansato il 77 ma non la direzione dell’Adige (8 anni 8 mesi e 3 giorni) e la politica (24 mesi in consiglio provinciale tra il 2018 e il 2020)

Vedendo, in tv, la ferita grigio-azzurra della Marmolada, il vuoto lasciato dal seracco come la cavità orbitale di un occhio gigantesco della montagna, ho ripensato alla ferita grigio-marrone della valle di Stava che vedemmo poche ore dopo il disastro, noi giornalisti (allora scrivevo per Vita Trentina), in quell’orribile 19 luglio 1985 di sole splendente e crudele.

 

Il più grande disastro industriale italiano dopo il Vajont e la più grande sciagura naturale della montagna trentina: due tragedie di luglio, accomunate dal contrasto violento, feroce, tra il segno lugubre lasciato dal disastro e la bellezza dell’ambiente alpino tutt’intorno. Incontaminato, se non per quelle due ferite: il fiume melmoso della valle di Stava (fluorite e detriti e resti umani) da sopra Tesero fin giù alla confluenza con l'Avisio. Tragedia imprevista ma evitabile Stava; tragedia prevedibile ma inevitabile la Marmolada. Viene da raffrontare così il 19 luglio 1985 e il 3 luglio 2022.

 

Se, nel primo caso, i bacini di decantazione della miniera di Prestavel erano una minacciosa presenza industriale perfettamente localizzata teoricamente monitorata e sorvegliata; nel caso della Marmolada il ghiacciaio era un malato dichiarato e sorvegliato ma il crollo nello specifico punto, da quanto hanno affermato gli esperti, non era preventivabile. In entrambi i casi, le sciagure hanno indotto un generale e talora generico esame di coscienza della comunità trentina. Con uno specifico mea culpa del sistema autonomistico per Stava, spartiacque della nostra memoria.

 

Diverse le risposte delle pubbliche istituzioni trentine. Il presidente salvinista Fugatti se l’è cavata, more solito, con due frasi di circostanze, commosso soprattutto dalla commozione di Draghi. 37 anni fa, cambiata la giunta provinciale, pur non essendo direttamente chiamato in causa dal disastro di Stava, il successivo assessore all’ambiente e vicepresidente della Provincia Walter Micheli, leader dei socialisti trentini, fece una sofferta, epocale autocritica.

 

Sull’Adige del 19 luglio 2000, 15 anni dopo la sciagura, Micheli scriveva, di nuovo, così: “ 'Il Trentino piegato sotto il fango di Stava' titolava a tutta pagina in quei terribili giorni di luglio il Corriere della Sera. Ed era vero. Veniva improvvisamente a crollare un mito che si era autoalimentato nella coscienza popolare. Il mito della misura nel rapporto fra ambiente e sviluppo, delle regole rispettate, dell’amministrazione pubblica efficiente ed autonoma rispetto a pressioni di potentati economici”.

 

Uno schiaffo al volto dell’autonomia, il fango di Stava. Ma da quel fango si poteva, si doveva imparare. E colpisce che vent’anni fa, il 29 novembre 2002, Walter Micheli concludesse così un editoriale sul clima (questo e altri articoli sono raccolti nel libro della casa editrice Il Margine “Passioni e sentieri”, 2009): “… Una vera alleanza sul clima, che assegna a tutti un compito e una misura da rispettare, una missione da compiere, un nuovo progetto da perseguire, perché i titoli dei quotidiani che raccontano un dramma non esauriscano la loro funzione di monito tra l’ultima tracimazione e il primo, nuovo raggio di sole”.

 

Da Stava alla Marmolada, insomma, il passo è più breve dei 37 anni che separano le due tragedie di luglio. "L' immagine della Marmolada sfregiata dalla valanga chiama l' intera umanità a intraprendere un serio cammino di riconciliazione con il creato per tornare a custodirlo e a proteggerlo, come si fa con i fratelli e le sorelle. Chiediamo, come San Francesco, di poter davvero tornare a chiamare fratello e sorella la creazione". Così il vescovo Lauro Tisi, ai funerali di Canazei. Parole, come sempre, buone e giuste. Ma la natura non è sempre sorella…. È madre generosa, spesso. È omicida, non raramente, con o senza la collaborazione degli esseri umani.

 

Insomma, la cosa è complicata. Per molti secoli (oggi non più in Occidente ma altrove tuttora) di fronte a simili tragedie epocali ci si chiedeva, anche, perché proprio loro. Perché quegli 11 innocenti in Marmolada, perché i 268 innocenti di Stava? Perché proprio quei 5 esseri umani che passavano sul ponte nel momento in cui è crollato, si è chiesto in un piccolo romanzo capolavoro, "Il ponte di San Luis Rey", uno scrittore "filosofico" come Thornton Wilder. Fra Ginepro, che nel libro indaga su quelle cinque vite, finirà sul rogo per essersi posto qualche domanda di troppo sul ruolo della "mano di Dio" in quella sciagura.

 

Ora che Dio si è allontanato dai nostri orizzonti, la razionalità occidentale vorrebbe arrivare alla prevenzione totale arrogandosi poteri sovrumani. Anche nella gestione di sistemi naturali colossali come i ghiacciai. Più modestamente, come suggeriva Walter Micheli (di un leader così avrebbe bisogno oggi il povero centrosinistra trentino...), potremmo ritagliare i titoli dei giornali e archiviare un articolo del Dolomiti, per imparare (forse) e per ricordare, di sicuro, le date delle tragedie che ci dicono, con brutalità, che le nostre vite restano comunque - tecnologia assicurazioni e previsioni a prescindere - appese a un filo sottile. Per colpa dell'uomo o della natura. O per colpa di nessuno. Ma pur sempre in bilico sul grande vuoto dei perché senza risposta.

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