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Dai giovani ucraini che a dire ''papà'' si commuovono ai giovani italiani che sanno quanto questa guerra ci riguardi. Domande semplici e risposte complicate

DAL BLOG
Di Idil Boscia - 29 May 2022

Amo raccontare frammenti di vita e tutto ciò che lascia un segno

''Come stai?'', faccio la domanda senza pensarci. Svetlana mi risponde: "Abbastanza bene". Ma la sua non è la solita voce. Alzo lo sguardo verso di lei. Gli occhi lucidi la tradiscono. Ci conosciamo da tanti anni. È sempre la stessa, per certi versi. Ma, per altri, la sua vita è stravolta. La sua e quella dei suoi cari. La sua vita in Trentino e la sua vita in Ucraina. "Hanno scritto una lettera a mio fratello", dice. Non andiamo oltre. Ci abbracciamo soltanto.

Mi piacerebbe, in quell'abbraccio, fare entrare i nostri ragazzi e le nostre ragazze in fuga dalla guerra. Quei ragazzi e quelle ragazze che ti mostrano su internet la loro casa. Che si trattengono dal pianto quando imparano le parole che riguardano gli affetti, come "papà". Quelli e quelle che ti sorprendono, perché, mentre tu cerchi ancora di imparare come si dice il loro nome, già capiscono quasi tutto, ed, anzi, iniziano a parlare con apparente facilità una lingua molto lontana da quella ucraina.

Quelli e quelle che giocano nelle squadre giovanili, che sono con le loro famiglie o che hanno lasciato i padri a combattere. Sono i ragazzi e le ragazze che fanno la Didattica a Distanza coi loro professori in Ucraina, o che si sentono abbandonati, anche se hanno trovato delle persone che li hanno a cuore. Sono quelli e quelle che aspettano di tornare, che pregano che finisca. Che non ce la fanno a non pensare ai loro amici e ad una vita spazzata via. Anche se sei adolescente. Anche se non dovrebbe succedere, in un mondo giusto. 

Dall'altra, ci sono i ragazzi e le ragazze che vivono questa guerra vicina con partecipazione, perché tocca i loro compagni e le loro compagne, perché sanno che essa si ripercuote in vario modo sulle vite di tutti. Perché l'ingiustizia la sentono con forza. Non si può non pensare alla guerra. Nemmeno se sei nella tranquillità della tua famiglia. Me lo fanno capire ogni giorno, le mie classi. Come ha fatto Luigi (nome di fantasia), qualche tempo fa, che, in un lavoro di rielaborazione legato alle emozioni, mi ha chiesto se poteva disegnare un buco nero, perché quello era ciò che sentiva.

 

Parliamo di guerra. E parliamo di pace. Non si può non farlo. Ma parlare non basta, quindi proviamo a viverla, la pace. Almeno nella nostra quotidianità. E, magari, grazie ai piccoli e grandi passi che facciamo con i nostri ragazzi e le nostre ragazze, al nostro "Come stai? " risponderanno sempre più degli occhi sorridenti.

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