Trento e il razzismo strisciante di chi affitta gli appartamenti: Rachid è di Treviso, ha un lavoro e sarebbe l'azienda a pagare il canone ma è burkinabé di nascita
Ancora un caso di un giovane lavoratore che non riesce da quasi un anno a trovare una casa a Trento nonostante sia, tecnicamente, il cliente perfetto. Da Treviso ha scelto Trento per vivere per una serie di ragioni logistiche e legate alla città stessa ma da quasi un anno deve stare a Rovereto dove solo grazia a un'amica è riuscito a trovare un appartamento
.jpg?itok=SMPdwzJf)
TRENTO. Un diploma, un lavoro, un'azienda che nel contratto inserisce anche il pagamento dell'affitto dell'abitazione scelta, 24 anni e tanta voglia di costruirsi la propria vita, anche in un'altra città. Il quadro del trevigiano Rachid Bayere, era oggettivamente quello perfetto per qualsiasi agenzia immobiliare o proprietario di abitazione: garanzie, serietà, educazione, affidabilità. E infatti al telefono tutto bene, sempre. La casa c'era e anche subito. E allora come mai Rachid dopo quasi un anno non ha ancora trovato un appartamento a Trento? Il problema, evidentemente, nasce al momento dell'incontro di persona quando si scopre che Rachid è sì trevigiano da quando era in fasce ma è anche burkinabé di nascita.
Rachid è un perito informatico, specializzando in cyber-security, e ha scelto di lasciare il Veneto per muoversi in Trentino, dove l’azienda per cui lavora – impegnata nella configurazione di linee telefoniche e nella gestione della rete internet – gli ha affidato l’incarico di coprire il fabbisogno regionale dei servizi che offrono. Dovendo scegliere una città-base non c’è stata alcuna esitazione: Trento ha una posizione strategica non indifferente, è – relativamente – vitale e non è difficile muoversi con i mezzi, che sia per raggiungere l’Alto Adige o per tornare a casa. Così, nel dicembre dello scorso anno, dopo aver firmato il contratto che lo ha “vincolato” al territorio, è cominciato il percorso che chiunque sceglie di trasferirsi deve seguire: si fanno i bagagli, si cerca una sistemazione e magari nel frattempo ci si prende qualche giorno in un B&B, così da avere tempo per familiarizzare con il territorio, nell’attesa del momento giusto per tornare sedentario.
La ditta ha scelto di delegare a Rachid il compito di cercarsi da sé un posto dove stare, nel rispetto del budget messo a disposizione, così da lasciare entrambe le parti soddisfatte. L’iter è partito come di consueto: si chiama un’agenzia, ci si confronta telefonicamente, si discute di bisogni specifici – nel nostro caso la posizione, il più vicino possibile alla stazione, se possibile – e l’agenzia propone di conseguenza. A questo punto è molto importante sottolineare come un contratto di affitto per Rachid sarebbe stato un ottimo affare per una qualsiasi agenzia immobiliare: un lavoratore senza animali domestici, molto educato, con dietro persone che garantiscono una caparra e il pagamento mensile puntuale come un orologio svizzero; non si potrebbe chiedere di meglio. Il passo successivo alla proposta è quello di recarsi sul luogo per una valutazione concreta, le descrizioni non sono mai abbastanza in questi casi; allora ci si dà appuntamento di fronte all’abitazione, in presenza dei proprietari, “è prassi, sta a loro dare una conferma finale”, dice l’impiegata dell’agenzia. È proprio questo avere l’ultima parola a rivelare la vera natura dei fatti.
All’ora dell’appuntamento, di fronte alla casa in questione, la proprietaria del “bellissimo bilocale da 47metri quadri arredato, in pieno centro”, è rimasta però spiazzata, perché non c’è un trevigiano, ma un ragazzone di un metro e novanta con la pelle scura, la barba brizzolata, qualche piercing e un look molto street: “Ciao, io sono Rachid, ci siamo sentiti per telefono”. La situazione è tesa e il discorso comincia a ruotare vertiginosamente tra un “hai la parlantina meglio degli italiani” e domande sull’origine del malcapitato, fino a raggiungere l’apoteosi: l’alloggio era in affitto ad una ragazza che avrebbe dovuto liberarlo, per facilitare la visita, ma casualmente “la ragazza ha cambiato idea e non si può vedere da dentro”. Vista l’impossibilità il comico ripiego è stato quello di mostrare foto di una casa “uguale, con la stessa mobilia”, indicando da fuori verso le finestre delle stanze corrispondenti alle foto.
A conferma del fatto che la situazione abbia lasciato più di una perplessità c’è stato il dietro-front dell’agenzia immobiliare: la ragazza non lascia più l’appartamento, quando la mattina dello stesso giorno avevano confermato come l’affittuaria ne avesse già trovato – sempre con loro – un altro, sempre in centro. ''Il 47metri quadri'' è stata solo la prima delle varie case, perché in un modo o nell’altro tutti gli affittacamere con cui Rachid è entrato in contatto hanno preferito evitare di mostrargli gli interni: al telefono è sempre stato tutto ok, poi quando si parlava di documenti la situazione virava sempre sullo stesso esito, ovviamente negativo. Dopo l’ennesimo tentativo fallito, allora, la scelta migliore era sembrata quella di demandare all’azienda il compito, ma loro non hanno avuto più fortuna, perché quando si chiedeva la nazionalità del lavoratore il Burkina Faso sembrava avere un ché di problematico.
Nei suoi cinque mesi di pellegrinaggio tra B&B e simili, Rachid non è mai riuscito a trovare una casa nel centro di Trento, ed oggi è in affitto a Rovereto, “solo” perché un’amica è intervenuta a fare da mediatrice: sarebbero stati soldi facili per quelle tante persone che hanno una seconda – chissà, magari terza – casa nel centro del capoluogo del ridente Trentino-Alto Adige. Forse erano fin troppo facili, per i loro standard. Non è necessario studiare diritto per realizzare che il susseguirsi di episodi così dubbi, che hanno visto porte su porte chiudersi in faccia ad un lavoratore residente in Italia da 22 anni, sia un caso di razzismo sistemico: non c’è una legge razziale ma ci sono atteggiamenti intrinsechi ad una società aperta e inclusiva solo di facciata.

.jpeg?itok=9Ju99v_3)












