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''Draghi? L'erede del pensiero degasperiano. Guerra e pandemia? L'Ue si è mossa bene ma non possiamo più pensare che siano gli Usa a garantire la nostra sicurezza''

Giovedì 18 agosto, alle 17 a Pieve Tesino, si terrà la Lectio degasperiana. Protagonista Sergio Fabbrini, tra i massimi esperti di relazioni internazionali e di scienza politica, chiamato ad affrontare il tema più urgente e drammatico del momento: ''Il ritorno della guerra in Europa. De Gasperi 70 anni dopo''. Intervista all'ex direttore di Studi Internazionali di Trento e attuale direttore di Scienza Politiche alla Luiss

Di Federico Oselini - 17 agosto 2022 - 16:35

PIEVE TESINO. Su una cosa non aveva dubbi Alcide De Gasperi: il progetto europeo doveva rappresentare un antidoto alla guerra, la risposta al desiderio di pace di una generazione scossa da due guerre mondiali. Attraverso una complessa costruzione istituzionale quell’intuizione è riuscita ad allontanare per decenni la guerra da un continente che pure ne aveva fatto una delle note dominanti della sua storia. Ma nulla è ottenuto una volta per tutte: gli sviluppi drammatici della guerra in Ucraina oggi rivelano tutta la fragilità della pace europea.

 

Per questo la XIX Lectio degasperiana, in programma giovedì 18 agosto, alle 17, a Pieve Tesino e intitolata "Il ritorno della guerra in Europa. De Gasperi 70 anni dopo", chiama uno dei massimi esperti di relazioni internazionali e di scienza politica quale Sergio Fabbrini a muoversi tra attualità e storia, cercando nel pensiero e nell’opera dello statista trentino risposte alle urgenti domande che la situazione internazionale ci pone. Fabbrini è docente di scienze politica e Relazioni Internazionali e Direttore del Dipartimento di Scienze Politiche della Luiss Guido Carli, dove ha fondato e diretto la School of Government dal 2010 al 2018 ed è stato Direttore della School of International Studies dell'Università degli Studi Trento dal 2006 al 2009 oltre che direttore della “Rivista Italiana di Scienza Politica” dal 2004 al 2009.

 

 

Professor Fabbrini, l’escalation bellica della crisi russo-ucraina è arrivata a seguito di altro evento epocale, la pandemia, che ha costituito un ulteriore banco di prova importante per l’UE. Che segnali e risposte ci sono arrivate, in tal senso, dall’Europa?

 

La risposta europea prima alla pandemia e poi all’aggressione russa all’Ucraina è stata sicuramente efficace e reattiva. Nel primo caso, in pochi mesi, il Consiglio Europeo ha approvato il Next Generation Eu, con le sue ricadute nazionali. Nel caso dell’aggressione russa all’Ucraina, l’Unione Europea è riuscita ad approvare un pacchetto di sanzioni economiche contro la Russia e ad aiutare l’Ucraina trasferendo armi letali affinché essa potesse difendersi. Queste due decisioni, tuttavia, hanno mostrato anche la difficoltà dell’UE ad affrontare temi legati alla sicurezza: sanitaria prima, militare poi. In breve tempo abbiamo assistito a divisioni tra l’Europa del nord, più “frugale”, e l’Europa del centro/sud, molto più solidale; addirittura alcuni paesi dell’Europa dell’est hanno messo in discussione la clausola sulla condizionalità che riguarda il rispetto dello stato di diritto. In relazione alla situazione in Ucraina, assistiamo a divisioni tra paesi che vogliono mantenere il sostegno allo stato aggredito, e le sanzioni alla Russia, per un tempo prolungato e altri, tra cui la Germania, che spingono per trovare una soluzione economica in modo da tutelare la loro struttura industriale in difficoltà. In sintesi: abbiamo risposto a queste due “crisi”, però non abbiamo degli strumenti istituzionali per dare a queste risposte una continuità ed una coerenza nel tempo.

 

A 70 anni di distanza dalla firma del trattato che istituì la Comunità Europea di Difesa, fortemente sostenuto da Alcide De Gasperi e mai ratificato, torna attuale il tema del “mettere in sicurezza” l’Europa in modo “indipendente”.

 

Il problema della sicurezza era centrale alla fine della Seconda Guerra Mondiale, e lo era soprattutto per uomini come De Gasperi, Adenauer e Schuman che avevano attraversato quel dramma. La sicurezza aveva allora un doppio versante: rispetto alle minacce dell’Unione Sovietica e alle sue spinte imperiali, ma anche verso la minaccia interna di possibili nuove divisioni tra gli Stati europei, in particolare tra Francia e Germania. Oggi l’Europa si è trovata a non avere in agenda il problema della sicurezza: alla fine della guerra fredda, in qualche modo, si è pensato di andare verso un mondo post-moderno in cui i commerci, le regole e le norme avrebbero risolto i conflitti tra gli stati; c’è quindi una differenza fondamentale tra i leader di allora, De Gasperi in particolare, e i leader di oggi. Draghi, che considero l’erede più coerente del pensiero degasperiano, è stato colui che ha posto con fermezza il problema della sicurezza e di una difesa europea.

 

In tal senso, oggi come allora, gli Stati Uniti hanno giocato e giocano un ruolo strategico.

 

Nell’immediato dopoguerra l’obiettivo degli Stati Uniti non era quello di rimanere in Europa, è stato il fallimento della Comunità Europea di Difesa che li “obbligò” a rimanere. Si fece ricorso alla Nato come organizzazione che potesse consentire il riarmo della Germania dell’ovest in modo controllato, sotto una supervisione internazionale. Anche oggi ci troviamo di fronte allo stesso problema: ma gli Stati Uniti non sono più in grado di garantire la sicurezza europea come hanno fatto per più di settant’ anni. Ci sono spinte formidabili che premono affinché essi si ritirino – si ricordino le posizioni di Trump e della coalizione che lo sosteneva – ed è cambiata anche la loro agenda internazionale: il problema cruciale ora è la Cina ed il mondo asiatico, si veda il caso di Taiwan. La loro necessità è quella di ridurre l’impegno militare in Europa per concentrare le proprie risorse in Asia: è a questo possibile vuoto che l’Europa deve trovare una risposta.

 

Un altro aspetto che è stato messo molto “sotto stress” in questi ultimi due anni è quello dell’interdipendenza globale. Alla luce delle grandi sfide contemporanee, e del contesto creatosi sullo scacchiere internazionale, ritiene necessario un ripensamento del concetto di globalizzazione?

 

È necessario partire dalla realtà: essa ci dimostra che la globalizzazione è necessaria ma che, come era stata pensata, non è più sufficiente. Il mondo si è allargato non solo sul piano commerciale ed economico, ma anche sul piano culturale: guardando alle nuove generazioni, oggi un giovane che non sa le lingue e che non sa muoversi da una parte all’altra del mondo non ha l’esperienza mentale necessaria per poter fare i conti con la realtà lavorativa e professionale che dovrà affrontare. Possiamo dire che c’è stata molta ingenuità, e per molti aspetti anche leggerezza, in quella che noi definiamo globalizzazione: quando è arrivata la pandemia, ad esempio, abbiamo scoperto che la nostra sicurezza farmaceutica era dipendente da paesi autoritari; quando è scoppiata l’aggressione russa in Ucraina abbiamo scoperto che la nostra indipendenza energetica era dipendente da altrettanti paesi autoritari. Dobbiamo certamente rivedere il concetto di globalizzazione e ripensarla in modo più selettivo: certamente non tornando alla guerra fredda, con spaccature verticali, ma ridefinendo il nostro modello di sviluppo nell’ottica che, su alcune risorse basilari e strategiche, i paesi democratici e l’Europa in particolare debbano essere meno dipendenti da paesi autoritari.

 

Attraversiamo un momento storico in cui tornano a riaffacciarsi sempre più frequentemente, sullo scenario europeo, spinte nazionalistiche. Lei ha dichiarato che il concetto di nazionalismo ha subito, negli anni, un’evoluzione significativa.

 

Il nazionalismo ha una caratteristica “storica” nei nostri Paesi: nel secondo dopoguerra, con l’avanzata del progetto di integrazione portato avanti da uomini come De Gasperi, esso ha rappresentato un’alternativa “esterna” a questo processo, appoggiando gli interessi di coloro che volevano mantenere l’indipendenza nazionale. Per molto tempo abbiamo quindi avuto una divisione tra l’europeismo, che affermava la necessità dell’interdipendenza, e il nazionalismo, che affermava la necessità dell’indipendenza. Ritengo che questo conflitto si sia concluso nel 2016 con il referendum per la Brexit: nel momento in cui si è celebrata la vittoria dell’indipendenza, si è dimostrato anche che questa peggiora le condizioni dei Paesi invece di rafforzarle, basti pensare al sistema sanitario inglese, oggi tra i peggiori d’Europa. Questo esito è stato compreso da molti nazionalisti sia dell’est, come Orban e Kaczynski, che dell’ovest, come Le Pen e Salvini: questi hanno cercato, da quel momento in poi, di criticare dall’interno l’Unione Europea, riducendo il richiamo all’uscita dall’Unione e dall’Euro. È da qui che ho cercato di elaborare il concetto di “sovranismo”: un nazionalismo che sta dentro all’Unione Europea, cercando di corroderla dall’interno e per questo molto pericoloso.

 

Alla luce delle divergenze, e delle disuguaglianze, emerse tra i vari stati membri nel lungo processo di integrazione europea, qual è la prospettiva a cui l’Europa deve tendere negli anni a venire?

 

Dovrà essere necessariamente un’Europa “plurale”. Ritengo che tutti i progetti e le teorie politiche che vedono nel futuro ipotesi come gli “Stati Uniti d’Europa” non abbiano fondamento e siano anche pericolose: racchiudono l’idea di poter definire la storia dall’alto e ritengo che questo approccio “giacobino” abbia prodotto, e possa produrre, più guai che rimedi. Dobbiamo riconoscere e valorizzare il pluralismo delle esperienze europee: la storia dei Paesi europei è diversa, mentre in comune abbiamo il bisogno di aumentare la nostra crescita economica. Oggi l’Europa è uno dei continenti al mondo più benestanti e che non ha visto, per molti anni, conflitti tra stati sovrani all’interno del continente: questo è un grande risultato dell’integrazione europea che i sovranisti faticano a riconoscere. Che tipo di Europa vogliamo dunque? Questa domanda trova diverse risposte nelle varie parti del continente. Nel libro “Sdoppiamento” ho cercato di dimostrare che noi dobbiamo pensare ad un Europa “larga”, capace di affrontare grandi temi come, ad esempio, quello dell’energia: una comunità in grado di coinvolgere tutti gli stati che fanno parte del continente e che hanno in comune alcune esigenze. Sarà fondamentale dotarsi di quelle istituzioni che garantiscano quella “sicurezza”, parola chiave che ci riporta al tema della Lectio degasperiana di quest’anno: una difesa comune, che non significa coordinamento intergovernativo bensì un esercito comune; una moneta comune con una banca centrale - come c’è già - ma con una politica fiscale comune; un controllo delle frontiere comune attraverso istituzioni sovrannazionali ed un baricentro federale in grado di garantire la stabilità del continente, perché non dobbiamo dare per scontato che la storia vada sempre verso il bene, potrebbe capitare anche di incontrare una storia che va in direzione opposta.

 

“Tradizione non è culto delle ceneri ma custodia del fuoco”. Da questa citazione di Gustav Mahler prende le mosse la rassegna culturale Agosto degasperiano 2022, in cui si innesta la XIX Lectio degasperiana. Qual è, per Sergio Fabbrini, il fuoco imprescindibile che tutti noi dovremmo custodire?

 

Non ho alcun dubbio in merito: la libertà individuale. Questo è il fuoco da cui parte tutto: se non si garantiscono le libertà non si può raggiungere la giustizia. La libertà individuale è il vero fuoco da custodire e alimentare e, in tal senso, recuperare le intuizioni e il pensiero di Alcide De Gasperi può tornare molto utile.

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Edizione del 5 ottobre 2022
Telegiornale
05 ott 2022 - ore 21:56
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