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Sulle tracce del mito (e del rito): Hervé Barmasse richiama al rispetto per la montagna

L'incontro con l'alpinista Hervè Barmasse al teatro Sociale di Trento per il Festival dello sport. Tra gli argomenti si è parlato delle criticità dell'ambiente montano e della necessità di ritrovare il rispetto per la montagna

Foto di Nicola Eccher
Pubblicato il - 25 settembre 2022 - 17:18

TRENTO. Si è parlato delle criticità dell'ambiente montano e della necessità di ritrovare il rispetto per la montagna. Riflettori su Hervè Barmasse. "Una volta raggiungere gli ottomila era una conquista di pochi, oggi con la tecnologia sono cambiati i tempi e chiunque, anche senza grande allenamento, può salire sulle cime che una volta erano riservate ad un gruppo ristretto di professionisti. Figlio, nipote e pronipote di alpinisti, l'esperto ha raccontato le sue esperienze: in famiglia scalare gli ottomila era il grande sogno e rispetto al Trentino mi piacerebbe viverci".

 

Quando gli ottomila erano un sogno, un lusso per pochi. Se qualche decina di anni fa per scalare le grandi montagne del mondo serviva un lunghissimo allenamento ed una estenuante preparazione fisica, oggi le vette più ambite sono diventate una meta per turisti. E ciò che è peggio, ha spiegato Barmasse, è il fatto che anche gli alpinisti professionisti sembrano essersi adeguati alla situazione, comportandosi allo stesso modo di quelli con minori competenze.

 

"Personalmente, ho deciso di pormi l'obiettivo degli ottomila metri dopo un infortunio al collo - spiega Barmasse - puntando a scalare la parete sud dello Shisha Pangma in stile alpino nel 2017, una cosa che nessuno aveva mai fatto. E' stata un avventura incredibile, straordinaria, anche se con il passare del tempo si è trasformata in una grande incertezza: arrivati ai 7.600 metri David Göttler voleva tornare indietro, ma alla fine in 13 ore siamo arrivati a 8.024 metri". 

 

E poi è arrivato il Nanga Parbat, nel dicembre del 2021, con la sua parete più grande del mondo ma purtroppo il meteo avverso, che ha impedito a Barmasse e Göttler di arrivare in cima, fermandosi comunque a 6.200 metri dopo aver superato la parte più complessa dal punto di vista tecnico ed aver sfidato i 50 gradi sotto zero. 

 

Purtroppo ormai questi traguardi non possono più essere definiti "conquiste", ha aggiunto l'alpinista, perché quasi chiunque può raggiungere una vetta molto ambita grazie alla tecnologia e alle comodità moderna. 

 

Per chi come Barmasse ha scalato montagne storiche, come l'Himalaya, il mondo dell'alpinismo sta cambiando in modo rapido e, sfortunatamente, non in meglio. Ci sono villaggi ai piedi delle vette dove stanno attendendo di salire anche più di mille persone, ha evidenziato. Per non parlare degli elicotteri, anche sei o sette contemporaneamente, che portano le persone direttamente al campo 1 o campo 2 in modo veloce e comodo, ha aggiunto.

 

C'è poi il grande tema della "plastificazione della montagna", sul quale si è soffermato Barmasse. Ogni anno sull'Everest vengono abbandonati seimila metri di corde di nylon che gli alpinisti non riportano a casa, ha sottolineato, e c'è solo l'idea di arrivare in cima, mettere la bandierina e dire "io ci sono stato". Ma ciò che viene abbandonato sulle montagne fa rabbrividire, ha confessato: manca completamente il rispetto per questo ambiente, si è creata una "bolla" dell'alpinismo dove tutto sembra permesso, senza principi etici.

 

Infine, un ragionamento sull'avventura nell'alpinismo: bisogna capire che la cosa più importante è il percorso e non il raggiungimento della meta, ha concluso Barmasse, e che in questo campo "avventura" significa mettersi in gioco, rischiare, vivere nell'incertezza e sfidare i propri limiti.

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