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Patrimonio Unesco e attrazione turistica, il Trenino Rosso della Bernina nasconde tante storie di quando l'emigrazione era al contrario: dalla pianura alla montagna

Una storia di emigrazione al contrario: un viaggio in cerca di lavoro dalla pianura alle montagna, il Trenino Rosso della Bernina. Un contributo di Pietro Lacasella, blogger di Alto Rilievo / voci di montagna

Di Pietro Lacasella - 28 settembre 2022 - 21:12

TRENTO. Una storia di emigrazione al contrario: un viaggio in cerca di lavoro dalla pianura alle montagne. Il Trenino Rosso della Bernina, la ferrovia ad aderenza naturale più alta d'Europa, è conosciuta per le finalità turistiche e nel 2008 è entrata a far parte della lista dei patrimoni Unesco. Ma questo prodigio di ingegneria civile nasconde tante di storie, di lavoratori. Il contributo del blogger Pietro Lacasella di Alto-Rilievo / voci di montagna.

 

Raggiungendo un’altitudine massima di 2.253 metri, quella del Bernina è la ferrovia ad aderenza naturale più alta delle Alpi. Un prodigio di ingegneria civile, grazie a cui il celebre Trenino Rosso, partendo da Tirano (Lombardia) riesce a raggiungere la località svizzera di St. Moritz senza aggrapparsi alle cremagliere.

 

La ferrovia fu costruita tra il 1906 e il 1910. Se oggi viene utilizzata quasi esclusivamente per finalità turistiche, ai suoi albori serviva anche a trasportare lavoratori o merci. Grazie ad alcune modifiche, a partire dal 1913 si riuscì a renderla operativa anche d’inverno.

 

Un’opera notevole, tant’è che nel 2008 è stata inserita nella lista dei patrimoni dell’umanità Unesco: come potrete immaginare il riconoscimento ha messo un ulteriore accento al suo potenziale turistico.

 

Dietro agli eleganti vagoni rossi, tuttavia, si nascondono storie proletarie; storie di lavoratori (per lo più del nord Italia) che, attratti dalle maggiori garanzie economiche offerte dalla Svizzera, emigravano in montagna nella speranza di essere assunti come operai.

 

Migliaia di uomini impegnati su terreni impervi ed esposti a condizioni climatiche difficili (tra valanghe ed esplosivi si stima che, dal 1906, ventotto persone abbiano perso la vita lavorando per il Trenino Rosso). Come spesso accade, anche in questo caso l'infrastruttura ha favorito trasformazioni sociali e ambientali. Con il treno sono arrivate nuove abitudini e nuovi impulsi dall'esterno, che hanno segnato un prima e un dopo.

 

Allora penso che sì, lo sviluppo turistico ha indubbiamente portato benefici e garanzie. Tuttavia tra le maglie di questo sviluppo a volte si conservano frammenti di umanità poco conosciuti, ma non per questo trascurabili, perché ci aiutano a comprendere il passato e il presente delle nostre montagne e, soprattutto, il nostro modo di interpretarle.

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