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Mary Varale, avanguardia dell'arrampicata e del femminismo che al Cai scrisse: ''In questa compagnia di ipocriti e buffoni io non posso più stare''

Pietro Lacasella con il suo blog Alto Rilievo/Voci di Montagna racconta la storia di una grande alpinista che frantumò paradigmi e preconcetti in un'epoca durante la quale qualsiasi attività fisica era appannaggio dell'universo maschile

Di Pietro Lacasella - 25 novembre 2022 - 13:01

TRENTO. Mary Varale nasce a Marsiglia nel 1895. Come tutti quelli che intravvedono nel presente i riflessi del futuro, era avanguardia dell’arrampicata e del femminismo.

 

A darle il battesimo fu il carattere esuberante di Tita Piaz sulla Torre Winkler del Vajolet; a consacrarla come alpinista fu Emilio Comici, con cui realizzò la prima ascesa dello Spigolo Giallo della Cima Piccola di Lavaredo; tuttavia, a renderla una figura esemplare fu il suo stesso talento atletico, ma soprattutto l’eccezionalità del suo carattere: una commistione di elementi che le permisero un vivere libero e leggero, svincolato da un presente dagli ideali ancora troppo pesanti e goffi.

 

Mary Varale frantumava i paradigmi culturali dell’epoca a suon di scalate strabilianti; metteva in discussione le voci cupe dei conservatori che confinavano attività fisiche, come l’arrampicata, all’interno dell’universo maschile. D’altronde l’alpinismo ha sempre assorbito i caratteri della società, confermandoli oppure rinnegandoli con fermezza.

 

Mery era inafferrabile e per questo scomoda per le istituzioni dell’epoca, impregnate delle fetide esalazioni del fascismo.

 

Dopo un torto subito dal Club Alpino Italiano (si accorse che il suo compagno di cordata Alvise Andrich non era stato decorato con la medaglia d’oro al valore atletico solo perché all’altro capo della corda era legata lei, donna) decise di congedarsi da quel livido presente per proiettarsi in un futuro ancora utopico per quegli anni.

 

Una scelta coraggiosa perché ricca di incertezze, che si può metaforicamente equiparare all’apertura di una nuova via. Prese carta e penna e scrisse a Francesco Terribile, presidente della sezione di Belluno: ‹‹(…) in questa compagnia di ipocriti e buffoni io non posso più stare››.

 

Con queste parole Mary Varale uscì di scena, rinunciando alla sua più grande passione per aggiungere un tassello al complicato puzzle della libertà.

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