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Il progetto per reintrodurre lo stambecco sulle Dolomiti di Brenta, Ferrazza: “Pronti a rimediare ai danni dell’uomo che aveva provocato l’estinzione della specie”

L’ipotesi è quella di avviare uno studio preliminare che potrebbe portare alla reintroduzione dello stambecco anche sulle Dolomiti di Brenta. Ferrazza: “La specie si è estinta a causa dell’uomo ma ora possiamo riparare ai danni che sono stati fatti, siamo pronti per un nuovo progetto di reinserimento”

Di Tiziano Grottolo - 25 novembre 2022 - 17:17

TRENTO. Per molti lo stambecco è l’animale simbolo delle Alpi. Nel 1995 nella zona dell’Adamello trentino venne avviato un progetto di reintroduzione di questa specie, che ad oggi, secondo le stime del Parco Naturale Adamello Brenta, vanta una colonia numerosa di almeno 3-400 esemplari. Ora però si sta valutando l’ipotesi di reintrodurre lo stambecco anche sul massiccio delle Dolomiti di Brenta. “Una sfida e un’opportunità sul piano scientifico, naturalistico e anche turistico”, dicono i sostenitori del progetto.

 

Di quest’idea se ne è discusso in un seminario organizzato dal Parco Naturale Adamello Brenta e dal Muse di Trento, durante il quale sono intervenuti tecnici ed esperti e i rappresentanti del Parco dello Stelvio-Trentino e di Paneveggio-Pale di San Martino, nonché di Lav, Unzca, federparchi, Safari Club e del servizio faunistico della Provincia. Oggi, anche grazie ai progetti di reintroduzione, la specie non è più a rischio estinzione. Casomai sono altri i problemi che la popolazione di stambecchi deve fronteggiare come la bassa variabilità genetica e gli effetti del cambiamento climatico. Ad ogni modo tutti gli interventi hanno giudicato positivamente un’eventuale reintroduzione rilanciando a un possibile progetto esteso all’intero territorio provinciale.

 

“La specie – ricorda il presidente del Parco Naturale Adamello Brenta Walter Ferrazza – si è estinta a causa dell’uomo ma ora possiamo riparare ai danni che sono stati fatti, siamo pronti per un nuovo progetto di reinserimento sul massiccio del Brenta”. Come già anticipato l’ipotesi, che andrà successivamente discussa con tutti gli attori territoriali interessati, è quella di avviare uno studio preliminare che potrebbe portare alla reintroduzione dello stambecco anche sulle Dolomiti di Brenta.

 

L’ambiente del Brenta infatti è particolarmente idoneo alla presenza degli ungulati, e in particolare dello stambecco, animale che popola le alte quote. In secondo luogo, lo stambecco è un animale tendenzialmente stanziale, che si sposta con difficoltà da un comprensorio all’altro. È molto difficile quindi che possa diffondersi spontaneamente sul Brenta provenendo dal massiccio dell’Adamello, anche perché l’anello di congiunzione fra i due territori, rappresentato dall’area di Campiglio e di Campo Carlo Magno, è molto densamente popolato, oltre a collocarsi a quote più basse rispetto, ad esempio, alla zona del Tonale (che è a sua volta un anello di congiunzione fra il Parco Adamello Brenta e lo Stelvio). La presenza dello stambecco sulle Dolomiti di Brenta potrebbe inoltre avere un impatto positivo anche sotto il profilo culturale e turistico. Lo stambecco è uno degli animali che più simboleggiano l’ambiente alpino, un animale la cui memoria è tutt’oggi molto viva.

 

Nel corso della tavola rotonda hanno preso la parola anche Paolo De Martin, di Unzca, che ha sottolineato l’importanza di una gestione anche venatoria dello stambecco (cosa che già viene fatta ad esempio anche in Alto Adige, compatibilmente con le normative europee vigenti), Vittorio Ducoli del Parco di Paneveggio-Pale di San Martino, Massimo Vitturi della Lav, Natalia Bragalanti del Servizio Faunistico della Provincia e Giampiero Sammuri di Federparchi. Molte le sollecitazioni emerse, non solo di carattere tecnico. Fra i temi toccati, la necessità di coniugare approccio scientifico ed etico, anche in progetti che tendono a conservare una specie vivente e a incrementare la biodiversità.

 

Durante l’incontro p stata ripercorsa anche la storia recente di questa specie. Sulle Alpi italiane, alla fine del XIX secolo, lo stambecco era quasi estinto a causa della caccia indiscriminata. La sua sopravvivenza è stata garantita solo grazie all’istituzione del Parco Nazionale del Gran Paradiso nel 1922, in un’area che già dal 1836 era stata dichiarata riserva di caccia reale. In questo modo precludendo la caccia indiscriminata sul suo territorio (il che aveva portato il numero di esemplari da un centinaio a 3-4000 già alla fine del diciannovesimo secolo). In questo che è il più antico Parco nazionale italiano, esteso fra la Valle d’Aosta e il Piemonte, già riserva reale di caccia di Casa Savoia, vivono oggi circa 2.700 stambecchi. In tutto l’arco alpino oggi gli stambecchi sono 52.000 circa. Anche in Italia la situazione è positiva, grazie ai 36 progetti di reintroduzione sviluppati nel corso del tempo. La storia della tutela dello stambecco è dunque, allo stato attuale, una storia di successo. Ma non ci si deve fermare qui. Soprattutto se, come sul massiccio del Brenta, vi sono tutte le condizioni ambientali per favorirne la reintroduzione, ripristinando quindi anche in quest’area una presenza che si è persa.

 

Della vicenda, più recente, che ha riguardato il Parco Naturale Adamello Brenta ha parlato in particolare Andrea Mustoni, referente della ricerca scientifica del Parco Naturale Adamello Brenta. Il tutto era partito negli anni ‘80 con il progetto di reintroduzione dello stambecco sulle alpi lombarde coordinato dal professor Guido Tosi, uno dei più importanti in termini numerici, che comportò il rilascio di circa una novantina di esemplari, un particolare sulle Alpi Orobie. Successivamente l’attività si spostò sul versante lombardo dell’Adamello, dove si sarebbero dovuti rilasciare 30 esemplari. Nel frattempo però il Piano faunistico del Parco Naturale Adamello Brenta, redatto dal professor Wolfgang Schröder e approvato dalla Giunta esecutiva a fine 1995, aveva a sua volta previsto la reintroduzione della specie sul versante trentino dell’Adamello. Dieci esemplari originariamente destinati alla Lombardia vennero quindi rilasciati in Trentino, in valle di San Valentino. Altri 13 sono stati rilasciati nel biennio 2016-2017. Nel 1918-19 sono stati rilasciati rispettivamente 16 e 4 capi in val Genova. In totale sono stati rilasciati 43 capi, 21 femmine e 22 maschi. Il progetto è terminato nel 2000. Nel 2006 sono stati rilasciati anche alcuni capi provenienti dalla Svizzera, in un’operazione di restocking (ripopolamento ma anche miglioramento genetico).

 

Oggi, a distanza di quasi 30 anni dal suo inizio, l’evidenza è che il progetto ha avuto successo. La popolazione di stambecchi va comunque attentamente monitorata. Interventi possono essere ancora realizzati in particolare sul versante del miglioramento genetico. Anche nel comprensorio delle pale di San Martino un’analoga esperienza, pur se complicata nel periodo 2007-2009 da un’epidemia di rogna sarcoptica, ha portato a risultati positivi. Si stima che in quest’area oggi vivano almeno un centinaio di stambecchi.

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