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Il Cai Alto Adige boccia il nuovo piano di gestione del parco dello Stelvio: "Più coerenza con gli obiettivi della sua tutela. Si definisca una conduzione comune dell'area"

A seguito della pubblicazione del nuovo piano e regolamento del parco il Cai e la sua Commissione tutela ambiente montano hanno espresso le loro osservazioni: "Ci si aspettava un po’ di coerenza con gli obiettivi di tutela che quest’area meriterebbe. Le dichiarazioni di salvaguardia e tutela del patrimonio rappresentato dal Parco vengono smentite dai fatti"

Foto tratta da Fb Parco Nazionale dello Stelvio - Trentino
Di Francesca Cristoforetti - 05 ottobre 2022 - 11:20

BOLZANO. Cosa differenzia il territorio del Parco Nazionale dello Stelvio dalle aree limitrofe non coperte da questa tutela? E' chiara la domanda che si pongono il Cai Alto Adige e la sua Commissione tutela ambiente montano dopo aver visionato il documento del nuovo piano e del nuovo regolamento del parco, resi pubblici come previsto dalla procedura di Valutazione Ambientale Strategica (VAS), per cui è possibile presentare osservazioni fino al 24 ottobre.

 

"Ci si aspettava finalmente un po’ di coerenza con gli obiettivi di tutela che quest’area meriterebbe - dichiara il Cai - l’opportunità è quella di riuscire a coniugare la volontà di sviluppo delle comunità locali con gli obiettivi di tutela di uno dei più antichi parchi delle Alpi, che insieme ai vicini Parco Nazionale Svizzero, al Parco naturale provinciale Adamello-Brenta e al Parco regionale dell'Adamello, costituisce la più grande area protetta dell’arco alpino".

 

Secondo l'associazione ambientalista, le forme e le modalità di protezione speciale del Parco Nazionale dello Stelvio, secondo le "Norme di attuazione dello Statuto speciale per la Regione Trentino-Alto Adige in materia di unità minime di gestione, caccia e pesca, agricoltura e foreste", dovrebbero garantire che il parco nazionale rimanga una struttura unitaria, principio dell'unitarietà del parco.

 

Cosa significa questo? "Gli enti territoriali responsabili della gestione del parco (Provincia di Bolzano, Provincia di Trento e Regione Lombardia, Stato) dovrebbero esser tenuti a stabilire in ogni caso standard di protezione comuni per l'intera area del parco, ed eventualmente adottare ciascuno per il proprio territorio, solo norme di utilizzo più restrittive. Ma non pare proprio essere uno degli obiettivi del nuovo piano e nuovo regolamento".

 

Al contrario invece, sottolinea il Cai, il Parco rimane nei fatti "basato su tre parchi distinti sottesi a interessi politici diversi. Come i tre Enti si potranno mettere d’accordo sul controllo degli accessi e sulle limitazioni del traffico turistico? Passo Sella, Pordoi, Gardena finora sono, nel male, dei fulgidi esempi".

 

La soluzione per il parco? "L’ideale sarebbe indubbiamente una gestione unica come accade per tutti gli altri parchi europei come si può ben verificare con il famoso 'benchmark', richiamato nello statuto ma che in questo caso ovviamente non vale. Si potrebbe ovviare magari affidando un incarico dirigenziale a turno tra le tre provincie, ma questo presupporrebbe avere politiche e amministrazioni simili tra i tre enti, il che non sarà mai. I documenti rimangono delle bellissime dichiarazioni d’intenti ma è altrettanto dichiaratamente esplicitato che manca e non ci sarà mai un ente parco unico con i suoi poteri di autonomia decisionale ed attuativi nell’interesse globale del naturalismo del Parco stesso".

 

Nel documento mancherebbero infatti le modalità di coordinamento tra le province autonome di Bolzano e Trento e la regione Lombardia.

 

Il piano e il regolamento dovrebbero perseguire la tutela della biodiversità, dei valori ambientali, paesaggistici e culturali, la promozione e valorizzazione di uno sviluppo sostenibile, ma accusa il Cai, "anche nelle zone denominate riserve integrali è possibile ristrutturare i rifugi alpini anche ampliandone la volumetria esistente, senza fissare dei limiti precisi, e con i medesimi 'criteri' intervenire sulle malghe o realizzare, anche se piccoli, edifici di servizio".

 

Per questo leggendo le proposte, "come può essere rispettato il principio di conservazione integrale nelle zone denominate riserve integrali - zone A, conservare la naturalità nelle zone denominate riserve integrali orientate - zone B? Si ha l'impressione che le dichiarazioni di salvaguardia e tutela del patrimonio rappresentato dal Parco vengono smentite dai fatti".

 

Per l'associazione alpinistica il criterio della "comprovata utilità sociale ed economica e relative deroghe", giustifica interventi che vietati o fortemente limitati dalle zone stesse previste nel parco, "guardando soprattutto a un turismo che non tiene conto del cambiamento climatico, vedi ampliamento e costruzione nuove piste da sci con relativi impianti di innevamento artificiale, sfruttamento non monitorato delle risorse idriche, costruzione di parcheggi ed impianti a fune con relativo aumento della pressione antropica sul territorio e disturbo della fauna".

 

Uno sviluppo che tuteli l'ambiente e la biodiversità  "sostenibile" per il territorio: è questo il punto più volte ribadito dal Cai, "spostando maggiori risorse pubbliche a sostegno di un'economia di montagna distribuita sul territorio e nelle comunità di alta montagna - conclude - che valorizzi maggiormente le tradizioni artigianali e agropastorali. Non vorremmo che anche al Parco succedesse quello che è successo a un pezzo del Catinaccio, diventato una particella edificabile  e venduto per 27.000 euro dalla Provincia alla famiglia proprietaria del rifugio Santner".

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