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In Trentino record di contratti precari e quasi 26mila lavoratori in nero. Zeni: “Così i dipendenti sono ricattabili, la Giunta Fugatti non può continuare a fingere di non vedere”

In Trentino sono 25.800 i lavoratori irregolari per un valore aggiunto sull’economia provinciale di 699 milioni di euro. Nei primi tre mesi dell’anno boom di contratti a tempo determinato (a marzo nel terziario +771,6%), la Uil: “Il lavoro non manca ma è sempre più precario”

Di Tiziano Grottolo - 09 agosto 2022 - 06:01

TRENTO. I primi tre mesi dell’anno si sono chiusi positivamente per la domanda di lavoro delle imprese trentine, lo scorso marzo infatti l’aumento delle assunzioni è stato pari a 4.547, un +62,3% rispetto a marzo 2021. La stessa Agenzia del lavoro ha definito questo incremento, che nel trimestre si è tradotto in una crescita delle assunzioni pari a 12.305 unità, “eccezionale”. L’incremento peraltro è superiore anche ai primi tre mesi del 2019.

 

L’altro lato della medaglia però riguarda le cessazioni lavorative, che passano dalle 16.550 del 2021 alle 37.782 registrate nei primi tre mesi del 2022, un aumento di 21.232 per una variazione del 128%. Non solo, perché andando a spulciare i dati dell’Agenzia del lavoro si scopre che l’incremento delle assunzioni è legato per il 67,3% a contratti a tempo determinato mentre gli indeterminati sono stati solo 4.015 (12,1%). I contratti di apprendistato sono stati invece 1.353 (4,1%), quelli per il lavoro somministrato 3.085 (9,3%) mentre i contratti a chiamata sono stati 2.426 (7,3%). Inoltre va segnalato che l’aumento nel mese di marzo è stato registrato in particolare nel settore terziario dei pubblici esercizi (con una punta del +771,6%). Calano invece le assunzioni in agricoltura (-25,5%) e nel secondario (-8,4%).

 

In altre parole in Trentino c’è stato un boom di lavoro precario (colpendo maggiormente le donne), che si traduce persino in un record a livello europeo. “Il lavoro non manca ma è sempre più precario”, conferma Lorenzo Sighel segretario regionale della Uiltemp. “È necessario incentivare il lavoro di qualità e preservare le tutele per evitare il dilagare del precariato – prosegue il sindacalista, che poi aggiunge – con il decreto Dignità si è cercato di disincentivare il lavoro a tempo determinato ma senza raggiungere i risultati sperati, per questo si dovrebbe pensare di alzare il costo di questo tipo di contratti per evitarne gli abusi”. Già alla fine dello scorso anno, in Trentino, la percentuale di occupati a tempo determinato sul totale era pari al 19,4% contro il 16,3% che si registrava in Alto Adige, il 16,4% della media nazionale, il 15,6% del Nordest e il 15,2% dell’area euro.

“Il lavoro precario – commenta il consigliere del Partito Democratico Luca Zeni – è l’incubatoio di situazioni di instabilità e di debolezza del lavoratore, reso automaticamente ricattabile e fragile”. Il consigliere Dem evidenzia la gravità della situazione che coinvolge molte famiglie e di fronte alla quale anche l’azione dei sindacati non riesce a essere incisiva. “La Giunta Fugatti non può continuare a fingere di non vedere, quando addirittura non aderisce essa stessa alle dinamiche della precarietà, avvalendosi dei meccanismi della somministrazione di lavoro temporaneo”.

 

Da qui la richiesta di un intervento politico mentre dalla Giunta leghista si attendono soluzioni che affrontino il problema nel medio-lungo periodo. “Serve uno sforzo vero – dice Zeni – capace di prescindere da posizioni ideologiche per favorire anzitutto la crescita delle trasformazioni dei contratti e per costruire un progetto di governo del mercato del lavoro locale, in grado di rispondere alle domande sociali e non solo a quelle meramente economiche”.

Il Trentino però deve fare i conti anche con il suo piccolo esercito di lavoratori in nero. Secondo la Cgia di Mestre sarebbero 25.800 gli irregolari per un valore aggiunto sull’economia provinciale di 699 milioni di euro, mentre l’incidenza sul totale dell’occupazione raggiunge il 9,5%. In Alto Adige invece sono circa 26mila i lavoratori in nero per un giro di affari di 837 milioni di euro.

 

A livello nazionale i settori più colpiti sono l’agroalimentare, i trasporti, le costruzioni, la logistica e i servizi di cura, dove lo sfruttamento, talvolta gestito da organizzazioni criminali, è sempre più spesso accompagnato da violenze, minacce e sequestro dei documenti. La Cgia comunque ricorda che una parte, seppur minoritaria, di chi lavora irregolarmente è costituita da persone che ogni giorno si prestano a piccoli lavori di riparazione e manutenzione, o servizi alla persona come autisti, colf, badanti, acconciatori, estetiste e massaggiatori.

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