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Le privatizzazioni di Draghi: un progetto che non ascolta le decisioni degli italiani

Nel referendum del 2011 sulla Legge Ronchi, il 95,3% dell'elettorato si espresse per la sua abrogazione, quindi per il no alle privatizzazioni dei servizi pubblici. Ora il testo di quella legge è stato riproposto da Draghi e dalla sua maggioranza, che stanno appoggiando un progetto che avanza nel caos della pandemia e della guerra fra Russia e Ucraina
DAL BLOG
Di Raffaele Crocco - 16 aprile 2022

“La decisione sulla privatizzazione è un’importante decisione politica che va oltre le decisioni sui singoli enti da privatizzare. Pertanto, può essere presa solo da un esecutivo che ha ricevuto un mandato preciso e stabile”. Belle parole. A pronunciarle è Mario Draghi, nel giugno del 1992. 

 

Lui, Draghi, quel giorno ha appena partecipato a quella che potremmo definire “la riunione organizzativa” delle privatizzazioni in Europa. E’ stata organizzata, pensate, sul “Britannia”, lo yacht della regina Elisabetta. A volerla un gruppo di banchieri e finanzieri riunti nell’International Financial Services, una specie di associazione che riunisce 150 aziende del settore “servizi”. E’ stata convocata per convincere gli italiani che è il momento di privatizzare tutti i servizi pubblici: acqua, rifiuti, sanità, aria, mezzi di trasporto. Tutto quello che è gestito dal pubblico deve passare al privato, in nome della libertà e del mercato.

 

Draghi, che nel 1992, è alla Direzione generale del Tesoro, sembra prudente. Certamente è lontano dall’uomo che oggi, 2022, da Capo del Governo, punta con decisione a quelle stesse privatizzazioni con il decreto Concorrenza varato nel novembre 2021. 

 

Trent’anni dopo, Draghi contraddice sé stesso. In primo luogo, perché il suo governo non “ha ricevuto un mandato preciso e stabile”, su questo o su altri temi. Lui, non è stato eletto, non ha presentato un programma elettorale che comprendesse questo tema, così come non lo ha presentato la sua ipotetica maggioranza. Non è nemmeno leader di una coalizione collocabile politicamente. La sua è una “maggioranza d’emergenza”, nata dalla crisi della pandemia e dalla necessità di non sciogliere il Parlamento. Poi, ad allontanarlo ancor di più, privandolo di quel “mandato preciso e stabile”, ci sono le scelte fatte dal Paese. 

 

Nel 2011, molti lo ricorderanno, gli italiani vennero chiamati a votare per alcuni referendum. Uno di questi nasceva da una raccolta firme record: 1milione e 400mila, messe insieme in poco tempo da un comitato che intendeva opporsi soprattutto alla privatizzazione dell’acqua. In realtà, uno degli articoli di legge oggetto della consultazione era identico a quanto sta apparecchiando Draghi. Si riferiva, infatti, a “tutti i servizi pubblici di rilevanza economica”, vale a dire quelli per cui si paga una bolletta, un biglietto a prezzo controllato o un ticket. In poche parole: acqua, luce, gas, trasporti pubblici, raccolta rifiuti, sanità. Tutto, il quesito referendario toccava ogni punto.

 

Nel dettaglio, il quesito chiedeva agli italiani di abrogare o confermare l'articolo 23bis della legge 133 del 2009 , la "Legge Ronchi". Per quella legge, i gestori dei servizi a rilevanza economica, appunto come il servizio idrico integrato, i trasporti pubblici e lo smaltimento dei rifiuti, dovevano essere scelti dall'ente locale attraverso una gara d'appalto, riducendo fino a farlo scomparire l'affidamento diretto a una società pubblica "in house", cioè con gestione aziendale autonoma, ma a capitale interamente pubblico e partecipata dall'ente locale di riferimento.

 

In caso di mancata gara con i privati, l’ente locale doveva giustificare le ragioni per cui preferiva l’affidamento “in house” all’appalto. In più, la legge prevedeva che le gestioni autonome finissero entro dicembre 2011, a meno che fosse selezionato tramite gara un partner privato a cui affidare non meno del 40% del capitale della società pubblica. Tradotto: tutti i servizi dovevano passare – e in fretta – in mano ai privati.

 

Si votò il 12 e 13 giugno del 2011 e il risultato fu netto. Alle urne andò il 54,8% dell’elettorato. Dei votanti, il 95,3%, cioè ben 25.935.372 italiani, dissero sì all’abrogazione di quella legge, che venne cancellata.

 

Ora, il testo di quella legge è stato pari, pari, o quasi, riproposto da Draghi e dalla sua maggioranza nel 2021. La riproposizione è avvenuta platealmente in barba a un voto popolare noto, quello del referendum appunto e in assenza di un dibattito politico che coinvolgesse il Paese. I partiti – tutti, anche quelli che si dicono “di sinistra e progressisti” – appoggiano il progetto e lo fanno avanzare mimetizzato nel caos della pandemia prima e della guerra fra Russia e Ucraina ora.

 

E’ un fenomeno interessante, questo di Draghi e del suo governo multicolore. In tutto il Mondo, i Comuni si muovono nella direzione opposta, cercando di riconquistare i propri servizi pubblici. A Oslo, sono tornati pubblici i servizi ambientali, per evitare il degrado costante dei diritti dei lavoratori. A Dehli, la municipalità ha rilanciato la sanità pubblica, per garantire l’accesso universale alle cure di base.

 

Ad Amburgo, stanno rimunicipalizzando la rete elettrica, in Argentina si torna alla poste pubbliche per garantire tariffe e copertura territoriale, infine in Canada si è tornati alle aziende pubbliche per gestire l’acqua. 

 

Mentre tutto questo accade, in Italia Draghi va in direzione sbagliata e contraria, puntando a una privatizzazione che gli italiani hanno già detto di non volere. E’ una scelta verticistica, antidemocratica, da oligarchia arrogante. Speculare sui servizi essenziali e sui beni comuni è da sciacalli. Creare i presupposti perché qualcuno possa farlo, arricchendosi, è da criminali. Dobbiamo fermarli. In gioco c’è davvero, ancora una volta, il futuro dei cittadini di questo Paese. 

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