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Il voto nordirlandese del 5 maggio: quale impatto per la tenuta del Regno Unito?

DAL BLOG
Di Orizzonti Internazionali - 13 maggio 2022

Docenti di studi internazionali dell'Università di Trento

Emanuele Massetti Professore associato di Scienza Politica presso la Scuola di Studi Internazionali dell’Università di Trento

 

I risultati delle elezioni amministrative nel Regno Unito hanno avuto un grande risalto nella stampa internazionale ed una notevole eco anche in quella italiana. Ciò che ha attratto maggiormente l’attenzione degli osservatori, oltre alla sconfitta del partito conservatore del premier Boris Johnson, sono stati i risultati delle elezioni per l’assemblea regionale dell’Irlanda del Nord.

 

Qui, per la prima volta nella travagliata storia di questa regione, un partito nazionalista irlandese (repubblicano) – lo Sinn Féin – è emerso come primo partito e potenziale guida del governo regionale per i prossimi cinque anni. Questo dato, insiemi ai buoni risultati ottenuti dal partito nazionale scozzese (SNP) nelle elezioni comunali, ha riportato alla ribalta la questione della tenuta territoriale del Regno Unito, apertasi proprio con il referendum sull’indipendenza della Scozia nel 2014 e poi ripresentatasi, a pochissimi anni di distanza, come effetto collaterale della Brexit.

 

Non c’è dubbio, infatti, almeno per chi scrive, che la sconfitta del partito democratico unionista (DUP) – il più importante partito unionista (e maggiore partito nordirlandese) degli ultimi vent’anni – sia una diretta conseguenza del ruolo e della posizione assunta da questa forza politica nella vicenda della Brexit. Per capire cosa è successo nelle elezioni del 5 maggio e quali possano essere le implicazioni di breve, medio e lungo periodo, occorre quindi ripercorrere, seppur per sommi capi, alcuni passaggi importanti della storia nordirlandese, soffermandoci in particolare sugli anni della Brexit.

 

Dopo quasi trent’anni di sanguinosi scontri tra le tra le due comunità etniche – quella protestante-unionista (britannica) e quella cattolico-repubblicana (irlandese) - e tra i militanti dell’esercito repubblicano irlandese (IRA) e le forze dell’ordine britanniche, la pace in Irlanda del Nord torna ad essere una possibilità intorno alla metà degli anni ’90. L’accordo di Belfast (1998) apre la strada ad una nuova autonomia nordirlandese, basata su presupposti del tutto nuovi rispetto alla politica del vecchio Parlamento dell’Irlanda del Nord (1921-1973). Innanzitutto, la questione nordirlandese cessa di essere puramente interna al Regno Unito e diventa soggetta ad un negoziato con la Repubblica d’Irlanda, nel contesto della comune appartenenza dei due stati all’Unione europea (Ue).

 

Quest’ultimo punto è tutt’altro che secondario, dal momento che permette (nell’ambito del mercato comune europeo) la rimozione del confine tra Repubblica d’Irlanda e Irlanda del Nord, che aveva alimento l’odio dei cattolici per decenni, oltre a complicare enormemente la vita delle comunità locali che vivevano nei pressi del confine stesso. Inoltre, la decisione sull’appartenenza dell’Irlanda del Nord all’uno o all’altro stato viene lasciata, in linea di principio, al popolo nordirlandese, che acquisisce quindi il diritto ad esprimersi in un referendum, nel momento in cui dovessero manifestarsi chiaramente dei cambiamenti nei rapporti demografici tra le due comunità etniche e/o nelle preferenze istituzionali. Infine, le nuove istituzioni regionali sono strettamente vincolate al principio del power sharing, che prevede la collaborazione tra forze unioniste e repubblicane, sia per la composizione del governo sia per il processo legislativo.

 

In questo nuovo quadro istituzionale (regionale, statale ed europeo), la politica nordirlandese ritrova uno svolgimento pacifico, strutturandosi attorno a quattro maggiori partiti etnici: due unionisti, il DUP ed il partito unionista dell’Ulster (UUP); e due repubblicani, lo Sinn Féin ed il partito laburista social-democratico (SDLP). In questa quadriglia, a cui si aggiunge il non-settario partito dell’Alleanza, due partiti (DUP e Sinn Fèin) rappresentano le forze radicali; mentre gli altri due (UUP e SDLP) rappresentano le forze moderate delle due comunità etniche. Dalle elezioni regionali del 2003, i partiti radicali prevalgono all’interno dei rispettivi fronti, trovandosi poi a dover collaborare direttamente nel governo regionale; con un presidente di regione del DUP ed un vice-presidente dello Sinn Féin. Ovviamente, la collaborazione è tutt’altro che facile e l’Irlanda del Nord si ritrova non di rado (talvolta per lunghi periodi) con governi vacanti.

 

Ed eccoci alla svolta della Brexit. Nelle elezioni regionali del maggio 2016, a poco più di un mese dal referendum sulla Brexit, i partiti nordirlandesi affrontano la campagna elettorale esprimendo la propria posizione sull’imminente consultazione referendaria. Il DUP è l’unico partito importante a schierarsi a favore dell’uscita (in Irlanda del Nord lo UKIP è pressoché irrilevante). L’altro partito unionista, lo UUP, è diviso ma largamente e ufficialmente a favore della permanenza del Regno Unito nella Ue. I partiti non-settari (l’Alleanza) ed i partiti repubblicani, incluso il tradizionalmente euroscettico Sinn Fèin, si schierano convintamente contro la Brexit. Non sorprende quindi che gli elettori nordirlandesi – così come gli scozzesi – si schierano in maggioranza (55,2 %) contro la Brexit. Ovviamente, il dato aggregato nordirlandese nasconde profonde differenze tra le due comunità etniche e tra i vari distretti. Nel distretto di Foyle, popolato largamente da cattolici repubblicani e posizionato sul confine irlandese, la maggioranza contro la Brexit raggiunge il 78,3%, mentre nella roccaforte del DUP, North Antrim, si registra una maggioranza del 62,2% a favore della Brexit.

 

In questo contesto la leader del DUP, Arlene Foster, decide di ignorare la volontà degli elettori nordirlandesi nel loro complesso e proseguire sulla linea pro-Brexit, sostenuta da gran parte del proprio elettorato. I vincoli del power sharing non gli permettono di fare granché in veste di presidente nordirlandese, anche perché il governo regionale collassa a gennaio 2017 e resta vacante, non a caso, fino al gennaio 2020. Tuttavia, i conservatori britannici di Theresa May perdono la maggioranza a Westminster nelle elezioni del giugno 2017, lasciando i dieci deputati del DUP come ago della bilancia. È infatti il sostegno garantito dal DUP a Theresa May prima (luglio 2017 – giugno 2019) e a Boris Johnson poi (luglio 2019 – novembre 2019) che permette ai governi conservatori di sopravvivere e perseguire una “Brexit dura”, riaprendo dunque la delicatissima questione del confine irlandese. Nella speranza di sfruttare la Brexit per riportare l’Irlanda del Nord maggiormente all’interno del Regno Unito, il DUP si assume una responsabilità politica enorme. Si tratta infatti di una mossa spregiudicata, che va a toccare i delicatissimi equilibri su cui si è costruita una difficile pace, anche perché implica il recupero di una qualche forma di confine tra la Repubblica d’Irlanda e l’Irlanda del Nord. La scommessa trae origine da un rinnovato nazionalismo ultra-unionista che accomuna il DUP ad una delle anime prevalenti nel conservatorismo britannico. Foster si fida quindi dell’asse creato con May e con Johnson, ma ha drammaticamente sbagliato i suoi conti.

 

L’Unione europea, in totale solidarietà con le richieste della Repubblica d’Irlanda, pone la questione del confine irlandese – vale a dire l’assenza di un confine tra la Repubblica e l’Irlanda del Nord - come punto irrinunciabile dell’accordo per l’uscita del Regno Unito. Il nuovo premier Johnson tratta ad oltranza, tentando di non deludere gli alleati del DUP, ma la controparte della Ue non molla. Una volta riconquistata la maggioranza piena a Westminster, con le elezioni del dicembre 2019, Johnson sacrifica le richieste degli unionisti nordirlandesi nella trattativa con Bruxelles, ed accetta una soluzione che prevede controlli doganali (e quindi un confine) tra l’Irlanda del Nord ed il resto del Regno del Regno Unito. Il progetto politico della Foster si rivela quindi come un clamoroso boomerang, che allontana ulteriormente l’Irlanda del Nord dal Regno Unito e l’avvicina alla Repubblica irlandese (con la quale continua a condividere la dogana europea e parte del mercato comune europeo). Il DUP entra così nell’occhio del ciclone, sommerso dalle critiche della sconcertata comunità protestante-unionista. La Foster prova più volte a richiamare Johnson al rispetto della parola data e quest’ultimo fa un ultimo tentativo nell’autunno del 2020, nella cosiddetta fase di transizione. Tuttavia, ciò significa rinnegare sfacciatamente alcune parti dell’accordo firmato con la Ue solo qualche mese prima. Alcuni conservatori non lo seguono su quella strada ed il tentativo fallisce, per la rabbia e l’imbarazzo degli unionisti nordirlandesi.

 

Il DUP ha ancora un anno e mezzo di tempo per cercare di riprendersi prima delle elezioni del 5 maggio 2022. La Foster si dimette dalla carica di leader del partito e presidente regionale nel giugno 2021 (il governo regionale si era reinsediato a gennaio 2020), prendendo su di sé la responsabilità dell’evidente fallimento politico. Questo permette al partito di tentare un recupero in extremis ma l’impresa riesce solo in parte. Il DUP perde quasi sette punti percentuali ed è fortunato a mantenere 25 seggi, dei 28 vinti nelle elezioni precedenti. Il dato che catalizza l’attenzione di tutti è il “sorpasso” dello Sinn Fèin che, mantenendo i suoi 27 seggi, diventa primo partito e, secondo alcuni, una imminente minaccia alla sopravvivenza territoriale del Regno Unito.

 

Tuttavia, si tratta di una lettura chiaramente esagerata, spesso dettata da un sentimento di rancore che alcuni commentatori europeisti ancora provano nei confronti del Regno Unito, prevedendo catastrofi ad ogni passaggio della sua nuova esperienza extra Ue. In realtà, lo Sinn Fèin ha un incremento elettorale di un solo punto e mezzo percentuale e mantiene lo stesso numero di seggi. Cosa ancora più importante, se si contano i seggi conquistati da tutti i partiti e candidati unionisti si arriva a 37, contro un totale di 35 seggi conquistati dai repubblicani. La riunificazione irlandese quindi, non è nei numeri della nuova assemblea nordirlandese, oltre ad essere fortemente avversata sia da Londra sia da Dublino, dove il governo è guidato dai due maggiori antagonisti dello Sinn Fèin nella politica nazionale (Fianna Fail e Fine Gael). Nel breve/medio periodo, quindi, la perdita dell’Irlanda del Nord da parte del Regno Unito è una non-questione. Al contrario, il risultato delle elezioni e le preoccupazioni unioniste potrebbero fornire al governo conservatore di Boris Johnson una spinta per tentare nuove forzature sul rispetto degli accordi presi con la Ue.

 

In realtà, il dato più importante delle elezioni nordirlandesi sembra essere la crescita del partito non-settario dell’Alleanza, passato da 8 a 17 seggi e posizionatosi al terzo posto (dopo Sinn Fèin e DUP). Questo risultato conferma la crescita di una fetta sempre più importante della popolazione nordirlandese che pone il consolidamento della pace al di sopra di qualsiasi altro obiettivo. L’Alleanza non sembra molto interessata alla vexata questio dell’appartenenza dell’Irlanda del Nord all’uno o all’altro stato, fornendo di fatto un supporto allo status quo istituzionale. Piuttosto, quel partito propone un progetto di cambiamento politico-sociale che ambisce a lasciarsi alle spalle le divisioni etniche. Progetto che sembra aver attratto, sinora, l’adesione di quasi un quinto dei nordirlandesi e che potrebbe attrarre ulteriori fasce di popolazione (soprattutto giovani) nei prossimi anni.

 

Un’analisi realista, tuttavia, deve riconoscere che le divisioni etniche restano politicamente rilevanti per quattro quinti dell’elettorato nordirlandese. Da questo punto di vista, il “sorpasso” dello Sinn Fèin ha un importante valore simbolico, a cui potrebbe aggiungersi un valore politico sostanziale, qualora questo partito dovesse vincere anche le elezioni irlandesi del 2025 – essendo risultato il partito più votato ed il secondo per numero di seggi nelle ultime elezioni del 2020. Persino in quel caso, tuttavia, lo Sinn Féin sarebbe costretto ad una strategia prudente e gradualista, evocando la riunificazione irlandese - e quindi la perdita dell’Irlanda del Nord da parte del Regno Unito - come un’ipotesi di lungo periodo.

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