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Dal tema delle ferrate (con l'obbrobrio sulla Paganella) a quello dei ponti tibetani e delle panchine giganti: la montagna per Alessandro Gogna

DAL BLOG
Di Lou Arranca (Alias Ivo Cestari) - 01 settembre 2022

Rapito dalla Montagna anni fa, pratica escursionismo, percorre vie ferrate e frequenta qualche falesia e palestra di roccia. 

La grande chioma bianca che si vede sulle foto nel web, non c’è più (per ora), ma sul suo blog (gognablog.sherpa-gate.com) la grinta e la capacità di analisi attiva sono rimaste invariate nel tempo, da quando nel 1988 fondò e fu segretario fino al 1991 di Mountain Wilderness, l’associazione ambientalista in prima fila nella denuncia e non solo, degli scempi scellerati nelle Terre Alte e dell’uso improprio del territorio alpino. Alessandro Gogna è alpinista di fama internazionale, storico dell’alpinismo, guida alpina e opinion maker (problematiche turistico-ambientali della montagna e tema della libertà in alpinismo). Ha compiuto 500 prime ascensioni nelle Alpi, Appennini e in altre catene montuose ed inoltre ha partecipato a spedizioni sull’Annapurna, sul Lotse, sul K2 e sul El Capitan.

 

Ancora oggi fa “qualche tiro” con gli amici tra una conferenza e un saggio. Ho avuto l’onore di incontrarlo al 1° Festival si Sagron Mis nei giorni scorsi e subito è stata una simpatia naturale: verso una persona colta, un grande alpinista e soprattutto di appassionato difensore della Natura.  L’occasione di un paio di passeggiate nei boschi di Sagron, (il Sentiero degli Intrecci nel Tempo), è stata perfetta per anticipare i temi presentati nella prima serata di conferenze del Festival.

 

 

Alessandro, siamo arrivati ad un punto in cui è ineludibile un cambio di direzione generale per quanto riguarda la “crescita” del turismo in un ambiente delicato quanto quello della Montagna.

 

Partirei dalla considerazione che l’obiettivo di una qualunque amministrazione del territorio è quello di favorire una crescita, aggiungendo però subito che questa crescita deve essere corretta e non sbagliata: perché il rischio di crescita sbagliata è e rimane sempre presente. Io credo che i turisti, o meglio gli ospiti temporanei di una località, non debbano essere considerati con il metro dell’algoritmo che li vorrebbe tutti uguali e con le stesse preferenze. Sono individui che a volte si comportano in modo abbastanza uniforme e prevedibile ma a volte hanno un comportamento un po’ anarchico, caratteristica che talvolta sembra allontanarli dal classico concetto di “consumatore”. Gli ospiti non sono dei bambini che bisogna seguire, cui occorra dare qualunque tipo di assistenza non richiesta e coccole a non finire. Parto dal presupposto che, se togliamo loro un po’ di facilitazioni, non è che se ne vadano. Ciò che voglio dire è che non ci deve essere eccessiva preoccupazione: le facilitazioni che non servono sono invasive, a volte inopportune.

 

Come ad esempio il proliferare di tabelle e segnaletica eccessiva, “spiegoni” che pochi leggeranno e che rischiano di spostare l'attenzione dal “quadro” naturale davanti agli occhi....

 

Molte delle strutture fisse (e qui mi riferisco alla segnaletica non essenziale) sono deleterie e modificano radicalmente il terreno naturale di gioco e di esperienza. Nella mia esperienza ho spesso potuto vedere quante volte le Amministrazioni (perché qui si tratta di loro) abbiano ceduto alla tentazione del “tutto e subito” e comunque “facciamo l’opera perché quella rimane e si vede”. Così sono state create segnaletiche esagerate, ripetitive, oppure sedili che vorrebbero sostituire il naturale sedersi per terra, e tanti altri manufatti inutili.

 

Ti riferisci anche alle “panchine giganti”, ai punti di osservazione obbligati, alle sculture “col legno di Vaia”, ai ponti tibetani, alle ferrate stile luna park, ma anche a quegli eventi più tipici delle aree metropolitane come concerti in quota e raduni motoristici fuori scala?

 

La tendenza odierna è quella di inventare sempre nuovi giochi e attrazioni, anche a carattere prettamente culturale, con i quali dimostrare all’ospite che per lui si è fatto “anche questo”. Queste iniziative, volenti o nolenti, vanno a sostituirsi alla naturale propensione dell’ospite a scoprire per suo conto le cose che davvero lo possono meravigliare. Funziona così: ci sono un po’ di soldi da spendere, attrezzature e mano d’opera costano, dunque il denaro è speso facilmente in questo modo, cercando di dimostrare che è stato speso per opere concrete. Non voglio qui parlare di altro genere di motivazioni a spendere: voglio rimanere sull’affermazione che il denaro disponibile deve essere speso in modo diverso. Anzitutto si deve considerare un periodo più lungo (in luogo del “tutto e subito”), un periodo che vada oltre la durata della carica di quell’amministratore o amministrazione.

 

Il punto che vorrei suggerire ai nostri amministratori, per ciò che riguarda l’ambiente e la qualità nell’offrire ospitalità, è che i progetti devono essere decennali, anche ventennali e non esaurirsi entro le prossime elezioni. Devono essere veri progetti lungimiranti, non dei “mordi e fuggi” che vanno bene nell’immediato per fare bella figura, per concludere l’evento e poi chi s’è visto s’è visto. L’ambiente si conserva con progetti che vanno molto alla lontana, i cui effetti non potremo vedere noi ma magari solo i nostri figli. Valutare i progetti in quest’ottica è ciò che dà qualità, anche immediata.

 

Una formula che funziona da una parte però, potrebbe non funzionare in un’altra località, vuoi per caratteristiche geografiche, vuoi per diversità storiche, economiche e culturali. Possiamo quindi parlare di “stile” di una località rispetto ad un altra? Lo “stile” è connaturato al luogo o lo si dà attraverso una progettualità?

 

Ammettiamo che ci debba essere uno stile. Chi lo determina? Ci sarà qualcuno che propone un’idea, poi altri altre idee. Ci dev’essere condivisione, non il volere o l’interesse venale di qualcuno. Non credo che si possa neppure parlare di turismo nuovo o “dolce” e sostenibile se nella progettualità che lo riguarda non c’è una direzione ricca di creatività e di stile, perché appunto il rischio di crescita sbagliata è sempre in agguato. L’attenzione all’ambiente non è sufficiente in questa società che ha perso l’orientamento, occorrono creatività, fantasia, estetica e arte: sono queste le chiavi per lo stile e quindi per la soluzione elegante nella progettualità. C’è per esempio la falsa necessità di offrire percorsi che obblighino a seguire con attenzione l’itinerario prefissato e preparato da altri, senza concedere alcun momento creativo nello svolgimento.

 

Stai parlando delle vie ferrate di “nuova generazione”?

 

Nelle Dolomiti ci sono molte vie ferrate. Ci sono quelle per le quali i costruttori hanno seguito una logica (storica, bellica, tradizionale o geografica), dove si è seguita la logica dei punti meno ripidi della parete. Poi però ci sono gli itinerari senza logica alcuna, costruiti per fare scena, per il vuoto, per la fatica atletica: ne cito una tra le ultime nate, l’obbrobrio della Paganella, dove non c’è stato alcun rispetto per nulla. Io non sono aggressivo verso il fenomeno del ferratismo. Di sicuro, nelle mie conferenze e nei miei scritti, cerco di scoraggiarlo, cercando di avviare la gente ad altre attività, credo sia nei diritti di un divulgatore. Ma è un fenomeno che c’è. Quando nel lontano 1991 Mountain Wilderness, di cui ero in quel momento presidente, voleva smantellare la ferrata Che Guevara a scopo dimostrativo, io ero assolutamente in disaccordo. L’azione fu intrapresa, furono smantellati i primi 150 metri, con il mio parere contrario. Perché non si può andare contro la volontà della gente. Anche il parere della maggioranza è sacrosanto, non solo quello della minoranza. Il muro contro muro non ha mai funzionato, e lo dico a chiunque s’interessi di ambiente.

 

Una posizione radicale ma necessaria. Ma ho l’impressione che la “moda” delle vie ferrate, nata ormai qualche anno fa, stia facendo sempre più proseliti che non vogliono sentire ragioni sulla necessità di non realizzare nuovi itinerari.

 

Affermo invece che occorre essere sempre più convincenti al riguardo, cercare di diffondere sempre di più le motivazioni che ci fanno contrari alle ferrate, in modo da deviare la progettualità verso altre direzioni. Rivalutare le vie normali, la creatività nel collegare sentieri… o l’idea di perdersi nel bosco: predicare il fascino di queste attività di ricerca, di emozione individuale indotta dalle proprie scelte e non da quelle altrui. Niente guerra di smantellamento, bensì portare cuore e sentimenti sulle cose semplici della montagna.Il problema, relativamente alle ferrate moderne di tipo atletico-adrenalinico come quelle appena citate, qual è? Risposta: sono pericolose per come noi ci rapportiamo con l’ambiente. Non perché lo rovinino, l’ambiente dopo la costruzione rimane più o meno lo stesso. Non credo che sia un ponte tibetano in più o in meno a deteriorare una località naturale. Parlo della ricerca della verticalità, perfino dello strapiombo, senza rispetto, nel più completo disinteresse verso le linee di debolezza suggerite dalla montagna. Sono convinto che sia la ricerca della sensazione del vuoto a determinare la terribile omogeneizzazione degli itinerari. Stiamo andando verso il McDonald delle ferrate. Dove eventualmente si differenziano? Nella classificazione delle difficoltà: più faticosa, meno faticosa, più continua, ecc.

 

Prima parlavo di stile. E’ stile andare alla ricerca del più “difficile” attaccati a dei ferri? E non importa dove si è, non importa se sei sulla Paganella, un luogo sacro per l’alpinismo trentino. Non importa a nessuno? A me importa e non vorrei essere il solo. Storia e ambiente calpestati in modo totale e irreversibile, a meno che non si ritorni sui nostri passi e, in modo condiviso, non la si smantelli in modo tecnicamente ineccepibile. Cosa decisamente non facile. Così, queste ferrate moderne sono tutte uguali, come i supermercati o i luna park. I divertimentifici sono uguali dalla Lapponia al Portogallo, dall’Australia a Los Angeles. Il giardino pubblico e i percorsi vita non sono la natura, sono altra cosa. Io non dico che la wilderness debba essere dappertutto, dico che c’è una natura e questa va conservata, con piani e progetti, e non dicendo “qui, adesso, abbiamo centomila euro, vediamo di spenderli”. Poi vedremo anche come invece si potrebbero impiegare le risorse in danaro.

 

Ci sono alcuni termini particolarmente fastidiosi che oggi vengono utilizzati dai promotori del marketing della montagna, come ad esempio il termine “fruitore”, o il termine “mozzafiato”, che personalmente vieterei per legge nelle comunicazioni promozionali...Ma la cosa essenziale a monte di queste parole sono, ahimè, le realizzazioni di sempre più numerosi impianti di risalita e sempre più efficienti in termini di numero e tempo, tanto che scaricano fino a 3600 persone all’ora (vedi a Pinzolo), che non si capisce poi come faranno a starci sulle piste che, di conseguenza, vengono allargate a spese degli alberi.

 

 E’ anche vero che ci sono dei “fruitori” che vogliono proprio questo. Vogliono “fruire” di impianti ad uso e consumo. L’operatore turistico si adegua facilmente, se non gli interessa il cambiamento di rotta. Per costui “fruitori” e “utenti” sono sacri e non li toccherà mai. Quindi è il pubblico che dobbiamo convincere, è su di esso che occorre agire culturalmente. La prima esigenza dovrebbe sempre essere la qualità dell’ambiente, naturale e umano: l’economia segue a ruota, perché questa premia sempre chi ha più coraggio nel distinguersi. Stiamo parlando di quel turismo sostenibile che riesca anche a far crescere il PIL.

 

Senza stile non c’è davvero eccellenza e ogni località rischia di diventare uguale all’altra. E’ questo che si vuole? E’ questo che vogliono le APT? Spero di no. Però si sta andando in questa direzione, dunque dobbiamo intensificare i nostri sforzi.

Si pensa sempre troppo poco a quelle che possono essere considerate “proposte artistiche”, cioè proposte che esulino dalla normalità. E’ un dato di fatto che in Italia ci sia gente bravissima a formulare idee nuove, magari facendo finalmente largo ai giovani. Allora fidiamoci di queste persone, andiamo a chiedere a loro. Un comune deve fare i bandi, è obbligatorio. Facciamoli, però il comune deve tener presente soprattutto l’aspetto della validità artistica, non appoggiarsi solo al principio del minor costo. C’è anche la bravura artistica oltre a quella tecnica e si deve dare prevalenza alla prima non facendo sconti sulla seconda. Così si fa stile. Così un luogo acquista stile. O meglio, conserva stile… perché un luogo è sempre dotato di stile, siamo noi col nostro intervento che possiamo metterlo in pericolo o addirittura distruggerlo stravolgendolo.

 

Mi si consenta di affermare che, se un ente amministratore di un territorio ha dei quattrini da spendere, deve fare attenzione a come li impiega! Non scelga la prima facile soluzione offerta da comodità, costi ribassati e velocità di esecuzione! La preoccupazione della maggior parte delle amministrazioni è quella di dimostrare che i soldi sono stati spesi per qualcosa di immediatamente concreto, cioè, nella loro ottica, bene. Non è questo il “bene”. La maggior parte dei danni fatti riguarda le strutture fisse, per gli eventi o per “migliorare” la fruizione.

 

Costruire, costruire, costruire, e poi si scoprono alberghi e impianti dismessi, malghe abbandonate, strutture fatiscenti mai completate che ammorbano il paesaggio.

 

Raramente qualcuno pensa alla manutenzione. In qualunque manufatto la manutenzione è più o meno essenziale. I tedeschi ci accusano, giustamente, che alla nostra bravura creatrice fanno seguito di solito una pessima amministrazione e un’inesistente manutenzione. Nessuno si sente gratificato a mantenere qualcosa, perché in realtà la manutenzione è un dovere. Chi si può davvero vantare di aver fatto il proprio dovere in questo Paese? Se non posso vantarmene, chi me lo fa fare il mio dovere? A che pro sbattermi? In questo meccanismo cadono tante amministrazioni, che o fanno il minimo necessario o neppure quello. Invece la manutenzione deve essere ineccepibile, e bisogna vantarsene, comunicarlo, sbraitarlo ai quattro venti. Il dato di fatto della manutenzione trascurata deve rivoltarsi nel suo contrario, è una forma mentis nuova che dobbiamo predicare. L’ottica della manutenzione è più importante dell’ottica della creazione. La manutenzione, in un paese come il nostro, farebbe la differenza, dunque ancor una volta lo stile.

 

Come si potrebbero spendere le risorse economiche?

 

La risposta deve indagare nel campo dell’educazione e della comunicazione, quella vera e incisiva, non il cartello messo lì con il design del grafico di turno. Dicevo prima che il pubblico va educato. Anche se c’è ormai una certa attenzione all’ambiente, è anche vero che molti non hanno idea di quanto, anche solo con la propria presenza, contribuiscano a variare (più spesso ad avariare) un ambiente. La nostra presenza comunque ha un impatto. La formazione dunque dovrà essere il nostro investimento, ciascun luogo dovrà farla e l’obiettivo sarà quello di valorizzare le proprie caratteristiche, dunque il proprio stile. Noi abbiamo questo luogo, lo gestiamo con questo tipo di rispetto, siamo fieri di farlo e intendiamo continuare per altri dieci, venti, quaranta anni. Poi c’è tutto il resto. Di cosa ha bisogno l’ospite? Tralasciando ovviamente hotel e appartamenti, ha necessità di campeggi, di bar giusti, di negozi di articoli sportivi, di B&B, di agriturismo. Il più delle volte questi sono inadeguati, come numero e qualità. Facciamo una rete. Quelli della mountain bike ci sono riusciti. Introduciamo i label, inventiamo qualunque forma di incentivo per qualificare gli esercizi aderenti. Costringiamoli a migliorare il loro livello qualitativo, dove qui per qualità non intendo il numero di “stelle”.

 

Occorre rendere fieri gli esercenti di fregiarsi di quel titolo e, in precedenza, concedere loro questo privilegio solo se lo meritano o se presentano un piano pluriennale di miglioramento dei propri servizi. Non considerare gli ospiti come clienti da spennare ma come ospiti che possibilmente ritorneranno, perché lo stile di quel luogo li ha definitivamente sedotti. Gli interventi e le politiche di questo tipo sono magari facili da realizzare, ma in genere sono poco costosi: e, a volte, è proprio per quest’ultimo motivo che qualcuno non sceglierà questa strada.

 

Alessandro, camminando e parlando siamo arrivati alla fine del sentiero, ma ti vedo ancora bello carico...

 

Non ho ancora accennato al discorso “sicurezza”. Last but not least, anche se devo contenermi, vorrei proprio dire due o tre cose. Oggi si ricorre ai divieti con troppa facilità. Vietare nella maggioranza dei casi è inutile, è sufficiente dare il consiglio “non andate lì a causa di…”. Oggi non c’è neppure il bisogno di aspettare le ristampe delle guide, oggi la comunicazione via internet è velocissima e, se si vuole, è un attimo postare il messaggio che quell’itinerario è da tralasciare. Non ci dovrebbe neppure essere necessità del cartello, se si comunica prima nei canali giusti. A farlo però devono essere personaggi autorevoli, almeno quanto gli autori delle guide. Una buona descrizione, aggiornata, è parte integrante della nomea che può avere un luogo, e con ciò si ha un occhio in più di riguardo per lo stile. Insisto ancora su questo concetto, che è la parola chiave di questo mio intervento.

 

Non mettiamo divieti ovunque solo perché così ci si mette al riparo da possibili ritorsioni giuridiche. Il divieto non crea persone responsabili. Il divieto crea solo delle incazzature. “Ma proprio a me doveva capitare che oggi…?”. “Ieri sono andati e hanno fatto… e io oggi non posso…”. Il divieto per i rapaci? Ma perché mai! Mettiamo l’avviso dei rapaci, i periodi di nidificazione (magari non solo con i cartelli che s’incontrano all’ultimo momento), consigliamo, preghiamo la gente di andare altrove. Per uno sconsiderato che se ne frega ce ne saranno 99 che accoglieranno l’invito e se andranno, magari un po’ dispiaciuti ma di sicuro più “grandi” e responsabili di prima. E quando un luogo, che ha stile, riesce a far crescere delle persone, oltre che farle divertire e basta, allora abbiamo raggiunto veramente lo scopo del nostro stare assieme come società.

 

 

Lou Arranca (alias Ivo Cestari)

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