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Cultura | 04 settembre 2025 | 18:00

Uno "scarabocchio floreale" per modificare la pineta Dux sul Monte Giano: l’arte come possibile alternativa alla cancel culture?

A metà tra un’opera di land art e un’operazione di diversificazione colturale: dall’architetto Angelo Renna, una proposta di trasformazione paesaggistica che inserisce nuove alberature (con specie autoctone) per ricontestualizzare questa eredità del ventennio fascista. "Il paesaggio si fa così testimone di una stratificazione di memorie; l'arte, attraverso la provocazione, offre una lettura storica e ne mette in luce le contraddizioni"

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Festival AltraMontagna

Da quasi un secolo su un versante del Monte Giano, in Provincia di Rieti, si legge a chiare lettere la scritta Dux, formata da una composizione arborea di pini neri. Sopravvissuta a incendi e proposte di cancellazione, quest’opera encomiastica non smette di far parlare di sé e continua ad essere restituita agli onori della cronaca da correnti politiche diverse, per lo più con intenti propagandistici.

 

Così era accaduto quando, nel 2017, un incendio aveva minacciata di ridurla in cenere. Allora, 200 volontari riuniti da CasaPound erano intervenuti per ripristinarla, piantando oltre mille pini. Si tratta di un’opera imponente in quanto a dimensioni: a comporla sono circa 20mila pini, per un’estensione di 8 ettari di terreno. Le lettere arrivano a 190 metri di altezza per 415 di larghezza.

 

Durante il ventennio fascista, il regime attuò diversi interventi di riforestazione su versanti e aree fragili del territorio italiano, con l’obiettivo di migliorare le condizioni ambientali e paesaggistiche. Questi interventi si concentrarono soprattutto nelle zone montuose dell’Italia centrale, in particolare in Abruzzo, Umbria, Lazio e Marche. Si trattava per lo più di conifere - come il pino nero e il pino silvestre - scelte per la loro funzione di stabilizzazione del terreno e per il loro valore economico come fonte di legname e risorse naturali.

 

Accanto alla riforestazione funzionale, il regime introdusse anche le cosiddette "foreste d’onore": piantumazioni celebrative dedicate a eventi o figure simboliche del fascismo. Quella del Monte Giano è senz’altro la più emblematica.

Di questa iscrizione avevamo già parlato circa un anno fa, in questo articolo. Ci chiedevamo in conclusione: “È corretto rimuovere un elemento paesaggistico figlio di un periodo storico bieco, oppure, al contrario, è necessario mantenerlo, magari con una seria operazione di ripristino, come monito per le generazioni che verranno?”.

 

A provare a rispondere a questa domanda, oggi, è Angelo Renna, architetto e landscape designer fiorentino, attraverso una proposta decisamente originale. “Questa domanda ritorna da diversi anni. La mia proposta è di non cancellare la pineta, proprio perché si lega a un fatto e a un contesto storico indubbiamente importante e ancora capace di dialogare con la contemporaneità. Invece, pensavo, sarebbe più interessante provare a farne una trasformazione: così è nato il progetto di The Forest of Love”, spiega Renna a L'AltraMontagna. 

Un'opera di “land art”, una trasformazione paesaggistica che inserisce delle nuove alberature per ricontestualizzare questo ‘monumento vegetale’, per dargli una nuova lettura senza però cancellarla. “The Forest of Love vuole provare a dare un'alternativa”, ci spiega l’architetto.

 

Dal punto di vista pragmatico, prosegue, la proposta è molto semplice: “L’idea sarebbe quella di inserire dei nuovi alberi, dei prunus. Grazie alla loro fioritura creerebbero un contrasto cromatico tra quegli alberi che già ci sono, tutti pini, andando a formare questo ‘scarabocchio floreale’, come l'abbiamo nominato”.

 

Un gesto quasi infantile che vuole sovrapporsi ad un'opera così pomposa e magnificente, visibile da lontanissimo e con un peso non solo storico ma anche estetico sul paesaggio”.

 

Dopotutto, un elemento così imponente e storicamente significativo non può che continuare ad accumulare su di sé nuove storie; come l’episodio della riforestazione da parte di CasaPound. “I temi ambientali riguardano molto spesso più la sinistra che i movimenti di destra, quindi l’intervento di CasaPound è anch’esso un aspetto peculiare di questa storia. Il paesaggio si fa così testimone di una stratificazione di memorie; l'arte, attraverso la provocazione, offre una lettura storica e ne mette in luce le contraddizioni”.

Non solo valenza storica, la proposta di Angelo Renna tiene in considerazione anche l’aspetto ambientale. Il pruno selvatico, infatti, è una specie autoctona, che cresce spontaneamente sugli Appennini, dalla Toscana fino al Sud Italia. “Quelle piantate dal regime furono tutte monocolture: con quest’intervento si andrebbe ad intervenire per creare una variazione. Passare da una foresta monospecie ad una foresta multispecie, dal punto di vista della biodiversità, porterebbe un arricchimento all’ambiente”.

 

Durante il nazismo, anche in Germania erano stati fatti interventi paesaggistici simili. Dopo la guerra, però, quelle foreste sono state tutte abbattute.  Questa è una questione storica, la Germania ha avuto una reazione nettamente diversa, rispetto all'Italia, dopo la sconfitta nel secondo conflitto mondiale, pagandone le conseguenze in maniera decisamente più severa. L’Italia si è confrontata con il retaggio culturale fascista in maniera decisamente più conservativa”. La proposta di Renna, dunque, sembra essere in linea con il contesto sociale in cui siamo immersi. Scegliere di non cancellare queste testimonianze del nostro passato diventa allora una doverosa assunzione di responsabilità.

 

“La forza di quella scritta è evidente ancora oggi, basti vederne le foto o l’interesse che attrae su di sé. Evitare di cadere nella ‘cancel culture’ può salvaguardare la possibilità di continuare ad interrogare la storia”.

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