"Piccoli esercizi quotidiani di ritorno al selvatico, che mirano a riportare l'uomo all'essenza, ricostruendo un legame con la Natura"
L'autore padovano Matteo Righetto racconta il suo ultimo libro, Il richiamo della montagna (Feltrinelli). "Credo che molte relazioni potrebbero migliorare ascoltando la montagna e il selvatico"
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di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Il motore del nuovo libro di Matteo Righetto, Il richiamo della montagna (Feltrinelli) è la fiducia nei confronti dell'essere umano. Con questo breve saggio, l'autore padovano, in libreria con romanzi dedicati alla montagna e al rapporto tra l'uomo e l'ambiente alpino, propone al lettore "piccoli esercizi quotidiani di ritorno al selvatico, che mirano a riportare l'uomo all'essenza, ricostruendo un legame con la Natura" spiega. "Non posso perdere fiducia in una sorta di risveglio culturale e di fronte a un'epoca storica nella quale le cose sembrano convergere verso eclissi totali sotto ogni punto di vista, voglio sperare che arrivi un rinascimento, anche se sono realisticamente cupo e rattristato di fronte a un presente in cui non mi riconosco. Spesso negli ultimi tempi mi è stata posta la domanda 'la montagna ci salva?', ma è retorica e mal posta: siamo noi che dobbiamo contribuire a salvare la montagna e solo facendo così abbiamo probabilmente la capacità di cogliere quei segnali che porteranno a un risveglio. Uso la montagna come sineddoche, ma il tutto a cui guardo e il Pianeta e questo richiamo al selvatico è l'esigenza di una relazione più profonda, più intensa, più viva, con un ambiente naturale che è vivo, non è un playground, un parco giochi, non è il luogo dove noi dobbiamo esprimere in modo iperconsumistico il nostro ego e il nostro edonismo. Non è plausibile che nelle città si viva in modo frenetico dal lunedì al venerdì e poi si vada in montagna per inseguire il mito della wilderness o scaricare l'adrenalina con lo sport. Dobbiamo ritrovare equilibri perduri".
Il tuo libro e la riflessione che vuoi innescare parte con il riferimento a due episodi della storia recente delle Alpi, il crollo del ghiacciaio della Marmolada e poi Vaia e il bostrico. Che cosa rappresentano?
Mi servono a riflettere sulla nostra relazione con il tempo. Si tratta di segnali ed episodi rapidissimi ma che nascondono un tempo molto più lungo, del quale noi non ci accorgiamo, perché siamo troppo schiacciati sul presente, siamo quelli della "notifica permanente". Così, non ci possiamo rendere conto del tempo che stan dietro ai dieci secondi del collasso del ghiacciaio sulla Marmolada. Qui commettiamo l'errore più grande, dato che siamo oggi l'umanità che vive nel paradigma dei dieci secondi: commentiamo l'effetto e non le cause. Anche Vaia è accaduta in poche ora, ma la sua causa è qualcosa che perdura da decenni: noi ci siamo limitati a parlare di alberi schiantati e poi del bostrico, ma non si è affrontato il tema della tropicalizzazione del clima, dell'origine di tutto, che è stato un "tifone tropicale". Per quanto riguarda la Marmolada, i dati glaciologici informano da tempo che si sta fondendo, la tragedia non arriva dal niente. Nel libro, allora, provo a far leva su un richiamo esistenziale, poetico, filosofico, che a che fare con il senso della nostra vita, perché quelle montagne sono anche spazi identitari, lo specchio della coscienza di una comunità, il simbolo che osservano ogni giorno all'alba e al tramonto. Provo a definire allora il senso filosofico di queste presenze, che sono parte della nostra vita e hanno pari dignità. Se non facciamo questo passo, restiamo chiusi in una mentalità antropocentrica e necessariamente consumistica. Le montagne non sono un ammasso di sassi, hanno uno spirito, che è nella biodiversità, nella storia che ha attraversato quei sentieri, ed è anche la storia dei falciatori dei prati o dei malgari che ci hanno lavorato. Questo è l'umanesimo che dobbiamo riscoprire".
Una riflessione sulla relazione tra l'umanità e l'ambiente montano non può prescindere dal tema del turismo. Nel tuo saggio descrivi e denunci la "crescente e sempre più chiassosa krampusizzazione della stagione invernale", descritta come una "perfetta metafora di un rapporto degenerato tra gli stessi montanari e la propria cultura, trasformata in banale spettacolarizzazione delle tradizioni".
Si può parlare di invasioni barbariche ai tempi della civiltà dei dieci secondi. In questo libro, diciamo, salvo nessuno ma lascio speranza di salvezza a tutti. Per affrontare il problema, dobbiamo uscire dalla dicotomia ospitante-ospite, con il secondo che subisce l'orda dei turisti. Il turismo lo si fa in due: se io servo l'aragosta in un rifugio o faccio la discoteca nella pista d'alta quota, che tipo di profilo turistico sto cercando di attrarre nel mio territorio? Il dramma di Cortina nasce anche da questo approccio. Dobbiamo avere il coraggio di riconoscerlo: la colpa non è solo dei turisti, altrimenti saltiamo un passaggio. I turisti vanno educati, e certamente a livello personale e sociale c'è una cultura che manca e un malcostume diffuso: un turismo mordi e fuggi, che cosa lascia, che cosa porta, a livello esistenziale? È come fare un giro sul tagadà o passare 3 ore alla playstation: sei più ricco, dopo? Che esperienze di vita hai fatto? Zero.
In che modo il richiamo al selvatico e a un nuovo umanesimo potrebbe cambiare anche l'approccio con cui affrontare gli effetti dei cambiamenti climatici in montagna?
Non è soltanto con la scienza che risolviamo i problemi. Non è sufficiente la tecnologia, quella che propone ad esempio la cattura e dello stoccaggio del carbonio. Secondo me questo l'uomo lo capisce andando in montagna con occhio diverso, leggendo dentro di noi un richiamo selvatico e ancestrale, quando avvertiamo un brivido di piacere nel bosco, di fronte al bramito del cervo. Quella è la scintilla che ci richiama tempi immemori, quando non eravamo necessariamente felici ma eravamo senz'altro più naturalmente noi. Oggi siamo pieni di orpelli e sovrastrutture: non sono un primitivista, ma credo che molte relazioni potrebbero migliorare ascoltando la montagna e il selvatico.
Questo richiamo all'essenza della montagna la vivi nel quotidiano anche come presidente delle sezione dei Cai di Livinallongo-Colle, prendendo posizione ad esempio contro i nuovi impianti di risalita come quelli al passo Giau, sulle Dolomiti (collegherebbe il comprensorio sciistico di Cortina alla Ski Area del Civetta).
In tutte le attività promosse dalla sezione, anche quelle sportive ed escursionistiche, cerchiamo di portare riflessione e contenuti di questo tipo. Sul progetto al passo Giau stiamo alzando la voce. Non sono contrario all'ammordernamento degli impianti, in contesti dove lo sci continua a garantire occupazione. Ma basta nuovi impianti, non ha senso. Non è più possibile mercificare ulteriormente un territorio così prezioso come le Dolomiti: dobbiamo iniziare a capire che il valore paesaggistico, estetico, naturalistico è anche economico, perché in un mondo che sta collassando, la biodiversità rappresenta anche un valore economico, collettivo e a lungo termine, che però l'economia contemporanea non considera, perché si cerca di monetizzare e subito. Dovrebbero saperlo, dato che in molti comprensori stanno richiamando a lavorare i pensionati, perché non si trovano più persone disposte a farlo.
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